Come educare figli maschi rispettosi delle donne

Il 24 maggio, in provincia di Cosenza, Fabiana, 16 anni ancora da compiere, non torna a casa: il fidanzatino l’ha accoltellata e le ha dato fuoco mentre era ancora viva. La settimana dopo, vicino a Savona, un 17enne viene arrestato: ha picchiato la sua ragazza di 15 anni. A gennaio, Caterina, 15 anni, si butta dal balcone di casa, a Novara: i compagni di scuola l’hanno molestata e umiliata su Facebook. Ma chi sono questi maschi, giovanissimi e violenti? «Mio figlio è un bravo ragazzo» ha detto la mamma di Samuele Caruso, il 23enne che lo scorso ottobre, a Palermo, ha ucciso la sorella della fidanzata. Un’affermazione che dà i brividi: tipi normali? Insospettabili? Allora è nella normalità della famiglia che bisogna indagare. In quella sfera che crediamo protettiva e buona e invece, a volte, coltiva mostri.

Coltivare la virilità

È possibile crescere maschi migliori? Sì, Daniele Novara ne è convinto. È pedagogista, nel 1989 ha fondato, a Piacenza, il Centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti (www.cppp.it) che organizza corsi per i genitori e fa ricerche proprio su come educare ragazzi equilibrati e rispettosi. Ormai la violenza fa parte del copione della virilità: si può eliminarla senza rendere un maschio “meno maschio”? Novara mi contraddice: «È il contrario: un uomo violento ha un deficit di virilità». In che senso, scusi? «Ho lavorato per 10 anni in Kosovo sul tema degli stupri durante la guerra» racconta. «Ho scoperto che quella generazione non era stata affatto cresciuta nel mito del macho, ma con una presenza totalizzante delle donne, madri e nonne. I padri erano assenti, se non per il ruolo di “servizio d’ordine”: dare punizioni, picchiare. Un bambino che cresce con un papà di cui conosce solo il lato duro, si forma un’idea distorta della virilità».

Lasciarli soli col papà

Il discorso sull’educazione dei maschi comincia dai padri, quelli che oggi «pensano che la cosa giusta sia far divertire i figli e essere dei “vice mammi”» dice Novara. E non va bene? «No! Dal padre padrone siamo passati al padre peluche: il primo era mortificante, il secondo è castrante. Il padre deve essere una sponda. Come l’argine che permette al fiume di scorrere senza disperdersi. Significa mettere delle regole e farle rispettare,
con l’obiettivo di aiutare il figlio a prendere il largo. Se nel primo anno di vita è necessaria la presenza assoluta della mamma, che crea il bagaglio di sicurezze per il futuro, dal terzo anno i bambini devono passare del tempo soli con il papà» suggerisce Novara. «Momenti di esplorazione e avventura: un giro in bici, una gita».

Tenerli fuori dal lettone

Troppo spesso, invece, la madre ruba la scena. Supera i confini. È quello che gli esperti chiamano “eccesso di maternage” e da cui mettono in guardia. Il primo consiglio è noto, ma spesso sottovalutato: fuori i bambini dal lettone. Perché, dice Novara, «nella storia della maggior parte dei maschi violenti c’è il lettone tardivo». C’è una mamma che non “libera” suo figlio. «Vedo madri che portano i bambini sul passeggino fino ai 4 o 5 anni. Che non li stimolano a togliere il pannolino: ci sono in commercio modelli per la fascia 8-15 anni, è una follia! Madri che curano l’igiene di ragazzini di 9, 10 anni, li puliscono dopo che sono andati in bagno per un assurdo bisogno di controllo». Novara si scalda: «In questo modo violano una sfera intima, che confina con quella sessuale. Creano un disagio che il maschio, una volta cresciuto, non riesce più a rielaborare, perché c’è di mezzo la vergogna. Un uomo violento molto spesso scarica sulla vittima la frustrazione per l’autonomia che gli è stata negata. Può arrivare a desiderare di cancellare la figura femminile, che gli riaccende il dolore di antiche umiliazioni».

Non impedire loro di litigare

Penso a Fabiana, cancellata con il fuoco. Penso alla rabbia marcia di quel fidanzatino. Nel suo e in molti altri casi di adulti violenti, c’è anche la paura dell’abbandono a far scattare la molla. Come si previene? «Noi la definiamo “carenza conflittuale”: è l’incapacità di accettare le contrarietà che vengono dalle relazioni» spiega Novara. «C’è un nesso molto stretto tra uomini violenti e un’educazione che, quando erano bambini, ha precluso loro la possibilità di litigare. Tanti genitori reprimono gli scontri. Così il bambino non impara a tollerare l’opposizione degli altri. E nelle situazioni critiche non saprà come reagire, avrà esplosioni di rabbia». Sta dicendo che bisogna lasciarli litigare? «Sì. Non si devono confondere litigio e violenza, sono cose diverse. Un bimbo litigioso cerca il confronto, è sano, non deve preoccupare. La baruffa per i piccoli è un gioco. Più che reprimerli è giusto intervenire per invitarli a darsi reciprocamente la propria versione dei fatti». A questo tema Daniele Novara ha dedicato un libro (Litigare con metodo, edito da Erikson) e ne ha un altro in uscita per settembre, perché di una cosa è certo: un maschio che impara ad accogliere le ragioni degli altri difficilmente sarà violento con una donna. E se «alle bambine restituiamo la naturale propensione a difendersi, permettendo anche a loro di litigare, cresceranno più assertive, coraggiose, decise». Il primo passo per smettere di essere vittime.

Un libro lancia una provocazione: le madri femministe sono migliori?

È appena uscito un libro con una tesi curiosa: l’educazione impartita da madri che si riconoscono nei principi del femminismo renderebbe i maschi più consapevoli della necessità di pari diritti per uomini e donne. Il saggio si intitola Madri (femministe) e figli (maschi), edito da Xl edizioni, e raccoglie le storie di 18 donne italiane, francesi e canadesi e dei loro ragazzi, ormai adulti.

L’idea di questo libro-ricerca è venuta a Caterina Grego, da tempo impegnata con associazioni come Telefono Rosa. Funzionario giudiziario alla Corte d’appello di Trieste, Grego ha un figlio di 42 anni che ha cresciuto da separata, seguendo i principi del femminismo che, dice, «è una parola di cui oggi abbiamo paura, ma è stato una rivoluzione pacifica».

In cosa consiste un’educazione femminista? «Nel dare strumenti per rifiutare il maschilismo. Nel fondare ogni insegnamento sul rispetto per l’altro, la parità, la non violenza» risponde Grego. Patrizia Romito, coautrice del libro, psicologa clinica e docente all’università di Trieste, traduce la teoria in alcuni principi pratici: «i bambini imparano dai comportamenti, più che dalle parole. La madre deve essere consapevole del proprio valore e mettere in atto la parità. Deve pretendere collaborazione nei compiti domestici.

Nel libro, una mamma racconta il suo metodo: presentare ai bambini i lavori di casa come delle sfide, dicendo: “Sei abbastanza grande per sparecchiare, per passare l’aspirapolvere”. Bisogna vigilare sulla tendenza, che noi italiane abbiamo per riflesso culturale, a coinvolgere più le femmine che i maschi». Ma il punto essenziale, dicono Grego e Romito, è uno: non far sentire il figlio maschio un piccolo re.

E loro, i figli di queste mamme femministe, cosa ne pensano? Il libro raccoglie le loro testimonianze, e sono positive. «Sono attratto da donne dalla personalità forte e indipendente, capaci di sostenere e sfidare la mia personalità, anch’essa forte» racconta Diego. E questo è un genere di uomo che fa sperare.

Tratto da Il Bambino, il giornale per le mamme e i papà di Donna Moderna