Femminicidio: il ruolo delle famiglie e dell’educazione

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credits: Elena Zauli

Il femminicidio è un termine che conosciamo bene perché ultimamente ha tristemente occupato i titoli delle cronache italiane ed internazionali. L’uso di questa parola ha sollevato anche diverse critiche: i detrattori del neologismo sostengono sia discriminatorio e che esista l’omicidio in quanto tale, senza nessun’altra categoria, punto e basta.

In realtà il termine femminicidio ha una sua utilità: introduce una nuova categoria criminologica consentendo di rendere visibile il fenomeno, studiarlo, spiegarlo, e ottenere risposte punitive e preventive efficaci.

Ciò che sta dietro al femminicidio è il rapporto uomo donna e la concezione culturale ed ideale della figura femminile. Nei casi di femminicidio, generalmente, la donna disattende un’aspettativa sociale dell’uomo: una moglie che vuole lasciare il coniuge, una figlia che vuole sottrarsi ad un matrimonio programmato, una donna che vuole decidere autonomamente della propria vita. Lo si può definire uno strascico (speriamo in via d’estinzione) di una cultura che utilizza la violenza maschile per imporsi e che vede la donna tristemente subordinata all’uomo.