Un figlio che è un portavirus

Mio figlio è un fantastico portavirus.

Quanti papà guardano i propri bimbi sognanti, domandandosi «chissà che cosa diventerai? In cosa sarai bravo quando sarai grande?». «È perfetto per l’atletica» dice la nonna sfiancata dalle corse in corridoio; «è un attore nato» dice la Zia dopo l’ennesima esibizione ad impersonare Hulk e Iron Man; «secondo me sarà finirà ad Amici con la figlia della De Filippi» dice la mamma impressionata dal movimento d’anca stile Elvis di 2 anni e mezzo.

credits: gothormr

Assolutamente no! Mio figlio ha una dote fondamentale… aggrega virus!!!

È il Michelangelo delle influenze, raccoglie all’asilo i virus più pregiati con cura e abnegazione; annusa e seleziona elementi pazientemente, come un esperto vignaio del Chianti. Lui non si ammala spesso, non segue le tendenze, le crea! Attende con cura il suo momento per esplodere gloriosamente. Non prende semplicemente un’influenza, lui assembla pozioni diaboliche che poi ti consegna a domicilio.

E li entra in gioco il Papà, sul quale si accuccia infreddolito quando il virus inizia a fare il suo show. Il perfetto kleenex umano per muccioli dispettosi, su cui strusciarsi e contemporaneamente rubare una qualche coccola rassicurante. Si arroviglia sul collo per bloccare i colpi di tosse improvvisi, che però sono troppo rapidi per quel movimento e si infrangono inevitabilmente sul mio viso. Lo adoro e non vorrei essere in nessun altro posto quando mio figlio è ammalato, ma devo ammettere che ha una certa classe nell’infettare amorevolmente il proprio babbo.

Colpa mia, che ho fatto il Geometra, mi dico. La mamma, lei è dottore, e mentre questo accade sta avidamente divorandosi il prontuario medico per escludere qualsiasi malattia tropicale rarissima. Poi al telefono consulta un’equipe di luminari di chiara fama, per poi decidere inevitabilmente che la tachipirina è la soluzione ideale. Nel frattempo il papà è ufficialmente arruolato come l’untore principe della campagna di viralizzazione appena lanciata.

Da quel momento la mia giornata tipo diventa come quel gioco che si faceva quando eravamo piccoli, quando ci si rincorreva, si toccava l’amico e si passava la sfiga urlando tua!. Colpo di tosse e la collega è condannata; starnuto e il postino è in  malattia per due settimane; mi soffio il naso e l’edicolante mi maledice rincorrendo i fogli della gazzetta in strada. Perché se è vero che il mio principe alchimista aggrega soluzioni virali potentissime, devo ammettere che come distributore non sono malaccio. Strano poi che al primo cenno di tosse in ufficio tutti mi guardano come fossi Papà Pig ad un raduno di metallari.

Ma un’altra cosa che un papà sa apprezzare è il “coefficiente di rimbalzo” di un bambino. Noi adulti impieghiamo un eternità a guarire, ci trasciniamo bronchiti, emicranie e sinusiti come fedeli compagni di viaggio. Cerchiamo disperatamente una coccola ed una rassicurazione che non arriverà mai e finiamo con l’usare la parola “cronica” per scagionarci la coscienza. Mio figlio semplicemente rimbalza; un minuto è rannicchiato moribondo, l’altro scala la credenza modalità free-climbing per raggiungere la scatola dei biscotti. La madre resta sbigottita davanti a tale spettacolo, non avendo neppure avuto un momento per formulare una anamnesi storica e familiare del piccolo paziente; resta vigile in attesa di una ricaduta, perlomeno sino al termine del periodo di incubazione plausibile (13 anni circa). Ma per un padre quel “rimbalzo” è uno spettacolo della natura, che si gode compiacente senza dare altre spiegazioni. Solo con la voglia di prenderlo in braccio e dirgli “vieni, torniamo a giocare”.

Concludendo, per la mia breve esperienza (ho un figlio di poco meno di 3 anni ed uno di 11 mesi) il ruolo che un padre ha quando un figlio si ammala e semplice da spiegare: apprezzi l’arte della creatura, ne recepisci amorevolmente i doni, ne invidi la sua capacità di guarigione, per poi trovarti immancabilmente divulgare gli effetti al mondo adulto… con orgoglio!

È una responsabilità ed una soddisfazione impagabile di cui nessuno ti potrà mai accusare (ohh poverino il bimbo è ammalato).

E tutto questo lavoro impegnativo avviene immancabilmente mentre la mamma cerca di ricordare dove ha messo la tachipirina.