Come si misura la felicità?

È capitato a tutti di invidiare la vita spensierata e leggera di chi non ha figli.
È capitato a tutti di guardare con nostalgia alle serate libere, aperitivo-cena-cinema, che chi ha figli si può permettere solo una volta ogni tanto, per non dire mai, e che costituiscono (forse non letteralmente ma in termini di possibilità di disporre del proprio tempo solo in base a sé stessi) invece la normalità di chi i figli non li ha.
È capitato a tutti di invidiare le 9 ore filate di sonno anziché quelle notti a base di risvegli ravvicinati che neanche a Guantanamo.

credits: rolands.lakis

Ma sono questi gli strumenti di misurazione della qualità della vita? Della felicità?

Una ricerca della Gallup, il colosso americano delle indagini demoscopiche, ha preso in considerazione un campione molto consistente di persone: tre milioni di individui provenienti da tutto il mondo a valutare con un punteggio da 1 a 10 quanto sentissero la loro vita prossima a un modello ideale di esistenza felice.

Chiaramente le risposte variavano molto dall’occidente avanzato agli stati dell’Africa – America Latina o Medio Oriente – dove avere un figlio è spesso qualcosa che capita e non una precisa scelta di vita. Da qui un risultato inatteso: chi ha dei figli ha una percezione di felicità più bassa di chi non ne ha.

E, da madre di due figli, io dico: comprensibile.
Se la qualità della vita è valutata sulla base dello sforzo quotidiano, delle situazioni che vanno affrontate, della possibilità di gestire il proprio tempo senza rendere conto a nessun altro che sé stessi, di poter fare quello che si vuole quando lo si vuole, la qualità della vita di un genitore è drasticamente inferiore a quella di un non genitore.
Ma chi stabilisce come si misura la felicità? Chi dice quali siano i parametri qualitativi assoluti con cui confrontare esistenze palesemente opposte?

La fatica c’è, si sente, è innegabile.
Più di tutto manca la leggerezza.

Ma nella scelta consapevole e voluta di avere figli la fatica era stata messa in conto (mai abbastanza, ma comunque) e i risultati di soddisfazione, di crescita, di emozione ognuno li valuta sulla base di quello che vede realizzarsi sotto i propri occhi.

Continuerò sempre a invidiare chi si può permettere aperitivo-cena-cinema ogni sera, senza che vengano mobilitati nonni-babysitter-caschi blu.
Li invidierò con la consapevolezza che attribuisco un valore alto a quella cosa proprio dal momento che mi manca – e mi manca moltissimo – e che non le darei lo stesso peso se fosse la normalità di un quotidiano senza figli, per me che contava averne.
Perché i figli li desideravo e non averli non mi avrebbe permesso di godermi quel cinema con lo stesso gusto con cui mi capita di farlo ora che è diventato un’occasione speciale.

E da mamma dico: io i figli li volevo e sono felice di averli. Averli fa parte del mio concetto stesso di felicità, che non si sarebbe realizzato così in caso di loro assenza.
Ma proprio perché li ho e so cosa significa, capisco bene chi fa la scelta di non volerne, di non associare la propria felicità alla presenza di un figlio.
Perché è difficile, davvero difficile, a volte, vedere la felicità – ma anche solo se stessi – dentro il casino che è una famiglia. Ma se riesci a vederla, quella cosa ha un valore altissimo, per te, e poco importa che gli altri lo capiscano o meno.

Voi con figli e senza figli, che percezione avete della vostra felicità?