Così lontano, così vicino

E quindi lui lavora lontano da casa, quattro giorni la settimana e ti accorgi che a te è cambiata la postura. Tieni le spalle più dritte perché nessuno si accorga che hai paura, respiri profondo riflettendo bene su tutte le cose che devi fare, parli molto ai bambini su quello che sta accadendo, rispondendo a tutti i loro perché, consolandoli su ogni mi manca che ti strappa il cuore, perché vuoi dirlo anche tu ma a chi.
Ci metti tutto l’impegno possibile, consapevole che lui là fa lo stesso.

lui lontano

credits: Imagebase

Stabilisci un’attività per ogni giorno (parchetto? piscina? coloriamo? esaurimento nervoso?), li guardi molto, come a sondare se per gli altri sta andando tutto bene, come a misurare la temperatura dell’umore reciproco e ad adattarsi di conseguenza, aggiungendo energia e positività laddove sembra mancare.
Ti appoggi. A loro, a quelli bassi, sì i tuoi figli. Senza che se ne rendano conto, soltanto osservandoli, e pensando che sono grandi, sono bravi, stai facendo un buon lavoro, l’hai sempre fatto, ce la puoi fare, ce la farai, ce la stai già facendo.
Si procede per grandi fasi di sopravvivenza, e se per un giorno non hai voglia di fare la lotta perché non mangino davanti alla tv, quel giorno mangeranno davanti alla tv, con buona pace di Tata Lucia e dei manuali di pedagogia, che a scrivere le famiglie sulla carta in fondo è molto più facile di viverle nel quotidiano.

La parte più difficile: essere la voce che sgrida e quella che consola, nell’arco di cinque minuti. E trovare un equilibrio tra le sgridate necessarie, gli abbracci che consolano, i no che fanno bene, le coccole che confermano certi giorni è da funamboli pazzi, e non sai come arrivare in fondo, e ti senti addosso tutti i colori del mondo quando invece vorresti solo essere bianca per un attimo, e silenziosa. Non c’è più lo spazio del rimandare a quando torna papà perché papà torna tra giorni. Cerchi di mantenere una coerenza tra parole e fatti, ogni tanto devi cedere e concedere, ogni tanto devi tirare forte ed educare, che vuoi farci, è una follia, ma ci sei tu lì a guardare quei musi arrabbiati e nessuna voce al telefono potrà mai sostituire il tuo sguardo.

Cerchi una tata. Sperando di trovare proprio quella giusta che.
Che sì, i nonni ci sono sempre, ma i nonni fanno già il necessario e ogni tanto potrai aver bisogno del superfluo senza doverlo giustificare alla famiglia tutta.
Parli più del dovuto. Per cercare di riempire quel vuoto serale quattro sere la settimana.
Che come gioca lui, nessuno mai. Che non c’è niente da fare, è più bravo, molto più bravo, a farli divertire. Io li organizzo, lui li fa giocare, insieme li educhiamo.

Ogni tanto si ride per non piangere. Letteralmente.

È bello che questo periodo di cambiamento sia iniziato in primavera, che il sole ride forte fuori dalle finestre, che ci sono prati da correre, altalene da dondolare e le giornate sono lunghe e la tristezza arriva giusto un attimo prima di addormentarsi.
Mi resta la consapevolezza che se dovessi avere bisogno anche solo di abbracciarlo forte (o di “ma-te-possino” ancora più forte) lui è a due ore da noi.
Ed è una consapevolezza che aiuta.

Stiamo andando bene. Sto andando bene. Sto andando bene?