La cura dei mali dell’anima

Chi è immerso nella sofferenza solo inabissandosi sino a scorgere le ombre sul fondo può trovare la forza di risalire, non per galleggiare, ma per nuotare ancora.
Il dolore non è un bene in sé, ma coagula energie che, sottratte alla disperazione, possono essere riconsegnate alla speranza, recuperate alla creatività di una vita che continua, non semplicemente nel segno della riparazione, bensì della ricreazione.
Quelle risorse andrebbero invece dissipate se venissero abbandonate alla rimozione e all’oblio, la grande tentazione di chi non sa o non vuole soffrire.

mali dell'anima

credits: colinlogan

Tutto però, nella nostra società, congiura per anestetizzare le esperienze, perché si passi indenni attraverso le prove che la vita ci pone. L’estremo addomesticamento dell’uomo comporta, non solo che egli non soffra, ma che neghi persino l’esistenza
della sofferenza.
I mali dell’anima vengono pertanto medicalizzati e curati con una farmacologia che, eludendo la domanda, mira a cancellare rapidamente il sintomo, lasciando inalterate le cause.
Eppure l’inconscio ci avverte che la vita negata permane come energia inutilizzata, determinando una tensione che implode nella mente e nel corpo di chi si sottrae all’esistenza. Non a caso i ricordi più indelebili riguardano le esperienze mancate e
gli effetti più nocivi quelle dimenticate.
E proprio per recuperare la separazione familiare all’espressione delle emozioni, alla consapevolezza del dolore, alla ricerca del senso e alla condivisione del significato, l’ho iscritta nel plurisecolare catalogo delle passioni. Forse l’ultima, in un’epoca contraddistinta dal disincanto e dalla razionalità calcolante.
Quando la famiglia si frantuma, solo accogliendo la sfida della passione senza indietreggiare, affrontando l’angoscia dei legami spezzati e il timore della solitudine, è possibile realizzare le proprie potenzialità: sentirsi vivi, veri e vitali, capaci di
mutare l’esistente e di ricominciare una nuova narrazione di sé. Portato sino in fondo, il mandato passionale rivela la forza e la debolezza, l’autonomia e la dipendenza che contraddistinguono la condizione umana, per cui nessuno può mai prescindere
dagli altri e dal rischio che il vivere stesso comporta.
Dopo, quando la perturbazione generata dalla divisione della famiglia ha compiuto il suo corso, nulla è più come prima, e il passato, divenuto storia, prefigura il futuro e apre alla speranza.
Mi rendo conto che evocare le passioni è quanto mai inattuale in una cultura dove dominano la fretta, l’efficienza, la superficialità, l’autarchia individualistica degli affetti. Sospetto però che molti stati depressivi altro non siano che passioni negate, cronicizzazioni di tensioni mai giunte a crisi, per cui riaprire il teatro della società e della mente alla loro rappresentazione potrebbe produrre effetti catartici.

Tratto da Quando i genitori si dividono di Vegetti Finzi – Mondadori