Ogni bambino ha un suo talento

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Alcuni imparano a leggere a 3 anni. Altri, fin da piccolissimi, fanno domande sulla vita e sul cosmo.

Piccoli geni? Forse. Tutti i piccini, però, hanno delle potenzialità. Riconoscerle è importante. Perché, come ci spiega un’esperta, li fa sentire compresi e amati. E li sostiene nella realizzazione dei loro sogni.

«Mamma, come è fatto l’universo?». «Che cos’è una Repubblica?». «Perché non possiamo vedere Dio?». Che bella la voglia di conoscere dei nostri figli. Ma quando a fare domande del genere sono bambini di 3 o 4 anni, la prima reazione è di sconcerto. Se, poi, si scopre che, senza l’aiuto di nessuno, hanno imparato a leggere, conoscono i numeri e amano riflettere su argomenti “da grandi”, in famiglia non si sa bene come comportarsi. E, in molti casi, questa loro eccellenza non viene riconosciuta. Così, paradossalmente, rischia di diventare un ostacolo. Ad Anna Maria Roncoroni, neuropsicologa, presidente dell’Associazione italiana per lo sviluppo del talento e della plusdotazione (Aistap) e corrispondente italiana dell’European council for high ability (Echa), la rete europea di associazioni che si occupano di bambini molto dotati, abbiamo chiesto di fare chiarezza su questo fenomeno. E di spiegarci qual è l’atteggiamento più corretto per valorizzare le doti dei propri figli. Che siano “geniali” oppure no.

Partiamo da queste punte di eccellenza: come si riconosce un bambino plusdotato? «Non esiste un’unica risposta. Ci può essere quello che, fin da piccolo, dimostra di possedere talenti particolari, per esempio a 3-4 anni ha un linguaggio ricco e articolato, conosce già i numeri, sa leggere l’orologio, è curioso, fa mille domande. Altri, invece, “sbocciano” non appena iniziano la scuola primaria, dimostrando di saper apprendere a una velocità decisamente inusuale, di gran lunga superiore a quella dei compagni. Stiamo comunque parlando di una minoranza, cioè dell’8-10 per cento circa degli alunni italiani».

Bambini decisamente fortunati. Con questa marcia in più, sono destinati al successo negli studi e nella vita? «Purtroppo non è detto. Se un bambino molto dotato non viene seguito nel modo giusto, tende a isolarsi. I più creativi, per esempio, hanno difficoltà a uniformarsi ai programmi, ai tempi e alle regole della classe. Così finiscono per collezionare brutti voti. Poi ci sono quelli timidissimi, che si “nascondono”: in classe non brillano, anche perché si annoiano, e coltivano i propri interessi a casa, in solitudine. Altri, al contrario, reagiscono con irrequietezza ma, a causa della loro esuberanza, possono essere scambiati per iperattivi, con conseguenze a volte anche pesanti, sia per il bambino sia per la famiglia».

Come evitare questi problemi? «La chiave è una sola: saper valorizzare le potenzialità dei figli. Un consiglio che in generale vale per tutti i genitori, non solo per chi ha in casa un bambino plusdotato».

Cosa dovrebbero fare mamma e papà? «Seguire i figli, ascoltarli, osservarne gli interessi e le inclinazioni anche quando giocano, disegnano o fanno sport. Non solo. Conta anche il dialogo con gli insegnanti che, in classe, hanno un osservatorio privilegiato e possono confrontare le loro impressioni con quelle della famiglia. Infine, è utile anche offrire ai figli esperienze diverse: non è sbagliato che un bambino segua un corso di recitazione e, l’anno dopo, uno di pittura. Oppure che cominci a praticare judo e, in seguito, passi a uno sport di squadra. Ricevere stimoli diversi quando si sta crescendo aiuta a conoscere meglio se stessi. E a scoprire, via via, cosa riesce meglio».

Quando si parla di talenti si pensa sempre a quelli logico-matematici, artistici, musicali o sportivi. Esistono solo questi o ci sono, invece, altre abilità da valorizzare nei bambini? «Da tempo sappiamo che non esiste un’unica intelligenza: le capacità dei bambini e delle bambine sono tante e diverse. Alcuni, per esempio, hanno un particolare talento nelle relazioni con gli altri, fanno amicizia facilmente, sono ottimi mediatori in caso di conflitto e sanno organizzare un gruppo. Anche queste sono doti da riconoscere, curare e valorizzare». Non c’è il rischio che i genitori, a volte, vedano talenti dove non ce ne sono? «Succede quando mamma o papà proiettano sui figli i loro sogni infantili o le loro personali passioni. C’è, per esempio, chi insiste per il corso di pianoforte perché quand’era piccolo avrebbe tanto voluto suonare uno strumento. O chi lo iscrive a calcio perché è un super tifoso e sogna di allevare il campione. Sono errori. Che fanno soffrire i figli e ne soffocano le reali abilità».

Ma al di là delle doti naturali dei nostri figli, non crede che i bambini debbano soprattutto “fare i bambini”? «Certamente. Un conto è proporre loro un’attività extrascolastica che li aiuti a scoprire le loro inclinazioni Altra cosa, invece, è iperstimolarli, riempirli di impegni o trattarli da grandi, anche se dovessero rilevare capacità fuori dal comune. Quindi no allo stress e sì al gioco, agli amici, a un’alimentazione equilibrata, al riposo. Così un bambino può crescere amato e sereno».

Tratto da Il Bambino, il giornale per le mamme e i papà di Donna Moderna