L’adolescente in fuga da Facebook a Whatsapp

La vita sui social network comincia molto presto quando ancora non si ha vita nel mondo reale. Le ecografie, e poi gli scatti dei primi istanti, poi si cresce, si impara a scrivere, a usare il computer, e a 12 anni tutti connessi con il proprio profilo Facebook.
I genitori devono poter controllare le interazioni online dei propri figli, quindi accedono allo stesso social network per vedere cosa scrive quel ragazzino adolescente, improvvisamente sconosciuto, che passa un sacco di tempo in camera sua.

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Ma l’adolescenza è adolescenza è in quanto tale non vuole catene, non vuole controllo, ha sempre quella spocchietta – che guai a dimenticarla – del sentirsi grandi e capaci e maturi anche quando non lo si è per niente e lo si dimostra ogni giorno.
Ma non si può dire a un adolescente cosa deve fare se non si vuole ottenere l’effetto diametralmente opposto, si può cercare di lavorarlo ai fianchi, incrociando le dita che vada tutto bene e cercando di mantenere un minimo di controllo.

E l’adolescente, per definizione, sfugge.

Una ricerca dell’University College di Londra ha dimostrato come Facebook stia perdendo appeal tra gli adolescenti che preferiscono comunicare su altre piattaforme come WhatsApp, Snapchat e Twitter, piattaforme dove la privacy è tutelata in modo diverso, e dove l’ingerenza di mamma può essere limitata. Se non direttamente esclusa.

Applicazioni come Whatsapp, Line, e WeChat hanno la capacità di fornire un servizio di messaggistica molto rapido, l’adolescente vuole comunicare, vuole essere presente, vuole inviare foto-filmati-audio, e vuole fare tutto questo senza che i genitori lo stiano a guardare.
Whatsapp, legato al numero di telefono, regala la privacy che Facebook non ha più modo di dare. I genitori restano su Facebook mentre i figli migrano altrove, in luoghi rigorosamente virtuali, ma dove possono sperimentare l’assenza dell’autorità genitoriale.
È ormai pratica comune creare dei gruppi dove si aggiungono gli amici e dove si condivide qualsiasi cosa. Il tutto sullo smartphone, sempre a portata di mano, e senza possibilità di controllo da parte degli adulti di casa.

Non c’è modo di arginare questa cosa.
Gli adolescenti sfuggono, l’hanno sempre fatto, e poco importa se tempo fa si trattava di prendere la bici e sparire fino a sera, fare lunghe camminate da soli col walkman “che solo quel cantante lì mi capisce davvero”, e ora di chiudersi in camera col telefono in mano.
Non esiste un modo per superare la paura di tutto quello che potrebbe succedere se: se esce e cade dal motorino, se incontra un pervertito, se manda un video sexy, se scambia foto e contenuti “caldi”. Si può educare e parlare. Si può sperare che tutto vada per il meglio. Si può invitare alla prudenza. Si può spiegare il retroscena delle tecnologie facendo leva sul senso del pudore e della privacy, e di una permanenza di quei contenuti che dura molto di più non solo di quella specifica interazione, ma della relazione stessa con quella persona che oggi è così amica e irrinunciabile.

Si può educare e sperare che qualcosa arrivi a chi ascolta.
Si può parlare, parlare, parlare. E chiedere anche.

Ma con la consapevolezza di avere sempre di fronte un adolescente, che sta crescendo, che fa paura, che risponde alle domande con dei silenzi e una faccia da schiaffi.
Esattamente come abbiamo sempre fatto tutti noi, ma con uno smartphone in più.