Adolescenza: il tempo negato ai figli

Per sostenere il tenore di vita imposto dai nuovi standard del consumo e della moda occorre lavorare, dedicarsi con intensità crescente ad attività e impegni extrafamiliari, lasciando inevitabilmente che la distanza dai figli diventi sempre più ampia.

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credits: Nicola since 1972

Quando il fiato si fa corto, non è facile coltivare motivazione e desiderio, anche se riguardano le nostre cose più preziose: il desiderio nasce e si sviluppa attraverso ritmi temporali lenti al cui interno è possibile assaporare il gusto e il piacere di stare con l’Altro, creando l’aspettativa di ripetere l’esperienza di incontro e di condivisione.
Se ci troviamo su un treno sempre in corsa, non è possibile fermare nei nostri occhi e nel nostro cuore alcun dettaglio del panorama.
All’interno di questa progressiva distanza tra genitori e figli si sono gradualmente allentati e diluiti valori, legami e affetti, provocando una caduta, dapprima quasi impercettibile, poi sempre più evidente, della genitorialità e della sua caratteristica
più pregnante e significativa: l’autorevolezza.

Per troppo tempo, colpa anche di un pensiero psicologico a dir poco superficiale e di una distorta quanto fuorviante pedagogia permissiva, si è consentito il sedimentarsi di una cultura educativa improntata al «lasciar fare», consentendo la proliferazione di una profonda ma errata convinzione pedagogica: dare poche e labili regole ai figli, tollerare quasi sempre tutto, astenersi il più delle volte dal punire e dal comminare sanzioni.
Teorie e tendenze educative andavano in realtà a confortare proprio quei genitori con il «fiato corto», sempre in debito di tempo con i propri figli: dire no, dare regole e preoccuparsi di farle rispettare implica infatti tempo ed energia; essere permissivi, lasciar correre e concedere pressoché tutto, assecondando ogni capriccio senza intervenire con l’autorevolezza necessaria, è più facile, meno impegnativo e meno colpevolizzante sul momento.
Dagli anni Settanta in poi questo modo di agire, nonché le mutate esigenze della vita quotidiana, concorrono a far sì che un numero sempre più rilevante di genitori trascorra meno tempo con i propri figli.
Il tempo negato ai figli, tuttavia, produce alla lunga negli adulti un disagio diffuso; generalmente un impalpabile senso di colpa che, grazie anche all’accresciuta disponibilità economica trasversale a tutte le classi sociali, a partire dagli anni
Ottanta, tende a convertirsi in un’incredibile quantità di beni materiali e regali offerti a profusione a bambini e ragazzi sotto la spinta di un buonismo, quasi coatto, cui pochi genitori riescono a resistere.
Il mercato dell’infanzia e dell’adolescenza si amplia infatti a dismisura: i fatturati delle aziende produttrici di giocattoli e abbigliamento prima e di telefonini e videogiochi poi si impennano fino a primeggiare tra i maggiori titoli quotati in Borsa.
Si comincia ad allevare una nuova e inedita razza di bambini: dei veri e propri «piccoli imperatori», un po’ tiranni e tanto soli.

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Tratto da Nuovi Adolescenti, nuovi disagi, di Schiralli – Mariani, Mondadori