Essere madre: modificheresti qualcosa?

credits: Monica Penitenti

Checché se ne dica, essere madre è una condizione per descrivere la quale non basterebbero tutte le iperbole concepibili. Non abbiamo dunque nessuna pretesa di esaustività né di originalità affrontando qui questo argomento.

Però se, a volte, le tue reazioni ad alcuni comportamenti dei tuoi figli spiazzano/ spaventano/stupiscono anche te, forse questo post ti interesserà particolarmente. Non è facile affrontare questo aspetto della genitorialità, ma proviamoci.
Facciamo un gioco facile facile e andiamo con la memoria all’ultima volta che hai rimproverato uno dei tuoi figli. Magari non perdi mai le staffe e riesci a dominare gli scatti di ira che, per esempio, l’ennesimo paio di calzini  abbandonato per terra anziché nella cesta dei panni sporchi, ti potrebbe suscitare; forse sei stoicamente determinata a dimostrare con l’esempio come si porti regolarmente fuori il cane e non vai fuori di testa quando i tuoi figli (che «mamma dài, prendiamo un cane, me ne occuperò sempre io, dài, dài, ti prego…» e tu ci avevi creduto), per l’ennesima volta ignorano bellamente i latrati supplichevoli del canide, proprio mentre stavi per sederti cinque minuti sul divano. Insomma, magari sei proprio coerente con il tuo proposito di non violenza, generalmente, eppure quella volta non ce l’hai proprio fatta e hai urlato, magari scoprendo che, proprio quella volta, i calzini erano i tuoi e per terra ce li avevi lasciati tu. Come ti sei sentita?

O magari la pazienza ti abbandona sovente… Ok, hai capito, parliamone.

La saggezza popolare è ricca di detti sul come educare i figli che non sempre funzionano. Una volta si diceva che i figli vanno baciati nel sonno: non è vero, vanno baciati anche da svegli. Se ne devono accorgere, devono fare tesoro del tuo affetto e di tutte le sue manifestazioni. Se ti vedono mentre li baci, sapranno come si fa e saranno più facilmente persone che sanno baciare.

Carota e bastone (secondo esempio) non danno frutti in nessuna relazione se non quelle in cui qualcuno ha intenzione di dominare qualcun altro. Tratta tuo figlio sempre come vorresti essere trattato tu da lui. Insegnaglielo con l’esempio, cosa vuole dire il rispetto che chiedi per te. Chiedigli il permesso di fare le cose che lo riguardano strettamente e accetta i no. Se vuoi che sia pettinato, non pettinarlo suo malgrado, mai, nemmeno da piccolo. Uscire spettinati è meglio che uscire umiliati.

A buon intenditore poche parole (altro esempio) ma se non spieghi in modo chiaro cosa vuoi che facciano i tuoi figli, come puoi aspettarti che lo facciano? Sei certa di aver spiegato bene la tua richiesta? Sei partita da una posizione di non giudizio o li hai prima criticati, indisponendoli? Potresti, per esempio, osservare la situazione, senza giudicare («ho visto i tuoi calzini insieme alla felpa e al borsone del calcetto che ingombrano il pavimento» e non «la tua camera è un casino»), potresti dire come ti senti in proposito («mi sento triste» e non «mi hai sfinita»), dire di cosa avresti bisogno («perché ho davvero bisogno di collaborazione, per tenere in ordine la nostra casa» e non «mi ammazzo tutto il giorno di fatica e tu guarda, mi fai trovare questo sfacelo») e fare una richiesta specifica, precisa («saresti disposto a mettere sempre i panni sporchi nel cesto in modo che non lo debba fare io?» e non «metti a posto!»). Si chiama Linguaggio giraffa, base della Comunicazione Nonviolenta, studiata da Marshall Rosemberg. Si chiama così perché la giraffa, per tollerare gli abbassamenti e innalzamenti repentini della sua testa, da terra per bere a quasi in cielo per mangiare, e non svenire, ha bisogno di una poderosa pompa idraulica, quindi di un cuore immenso (il più grande del regno animale). E ci vuole cuore per praticare questo tipo di comunicazione.

La parte fantastica è che quando si diventa bravi in questo linguaggio, si diventa automaticamente efficacissimi nella comunicazione e dunque ci si frustra molto meno e gli episodi di aggressività, per esempio in famiglia, appunto, calano prima in intensità, poi magicamente anche di numero.

In conclusione voglio dirti che se questo post ha suscitato in te qualche senso di colpa, non è proprio il caso, poiché il senso di colpa rappresenta, nel migliore dei casi, un enorme spreco di energie, se non addirittura un’arma tagliente, e per migliorare le cose in famiglia meglio tenersi alla larga dalle armi di qualunque tipo.

Ti va, adesso, di dirci come andò? Dicci come hai recuperato o come ti proponi di farlo a breve. Possiamo parlarne ancora.

E tu, ti senti giraffa?