Giovanni Allevi: la musica che emoziona i piccoli

Primavera, tempo di concerti. Perché non andarci con i figli? Loro hanno una naturale sensibilità per quest’arte. Che aiuta anche noi grandi a far emergere le nostre emozioni profonde. Ce lo dice un grande pianista e compositore

Alle spalle, un solidissimo percorso di studi (una laurea in filosofia e due diplomi al conservatorio, pianoforte e composizione). Eppure Giovanni Allevi, direttore d’orchestra, pianista e compositore, sale sui palcoscenici dei teatri più importanti d’Italia e del mondo come un
moderno Puck shakespeariano: occhi sorridenti, una testa affollata di ricci ribelli, i jeans e le scarpe da tennis. Che sia (anche) per questo che si è guadagnato un pubblico di giovani e giovanissimi? Ed è così informale che, a inizio intervista, mi dice subito: «Dai, diamoci del tu».

«Attraverso la musica vedo il mondo con gli occhi di un bambino» hai dichiarato una volta. Cosa vuoi dire?

«Sono convinto che dentro di noi continui a vivere il bambino che siamo stati. La musica ci permette di ritrovare il contatto con questa nostra immagine originaria, ci fa recuperare lo stupore incantato dell’infanzia».

Come spieghi l’amore che i più giovani hanno per la tua musica?

«Credo che questo sia il risultato di un gesto di coraggio da parte mia. Nelle mie composizioni, infatti, pur mantenendo le forme dilatate, dal concerto per violino e orchestra alla sinfonia, racconto il mondo che è intorno a noi in questo momento. Dal punto di vista accademico è considerato un gesto di irriverenza ma, per me, è stata una scelta inevitabile. E, sì, come conseguenza ha portato a un sorprendente avvicinamento dei giovani ai miei concerti».

Tu com’eri da piccolo? Innamorato delle sette note fin dalla nascita?

«Ricordo il pianoforte di mio padre: lui ne era gelosissimo, stava sempre chiuso a chiave e poteva suonarlo solo mia sorella maggiore. Io, avrò avuto 4 anni, origliavo le sue lezioni da dietro la porta mentre in me cresceva il desiderio di violare il divieto. Così un giorno ho scoperto dov’era la chiave. In pratica, dai 5 ai 10 anni ho suonato di nascosto (poi è iniziato lo studio durissimo): un vero Secret love! Oggi mi rendo conto che essere compositore significa vivere la stessa ebrezza provata a 5 anni. Quella di sovvertire un sistema».

Se la musica ha il potere di toccare le nostre emozioni profonde, puoi suggerire una playlist da ascoltare con i bambini?

«Comincerei dalla nascita, con l’Halleluja di Händel che trasmette lo stupore per il creato. La stessa meraviglia che mamma e papà provano per la loro creatura. Un momento intimo e dolcissimo come quello dell’allattamento, invece, potrebbe essere accompagnato dai Notturni di Chopin, una musica che ha in sé un senso di eternità come fuori dal tempo è il gesto della mamma che nutre suo figlio. Per stimolare l’immaginazione del bambino, invece, suggerisco la sinfonica di fine Ottocento, come Una notte sul monte calvo di Musorgsky o Così parlò Zarathustra di Strauss, che favoriscono grandi viaggi mentali. Ma la musica non è solo emozione. Per un ascolto
più razionale, suggerisco la Toccata e fuga in Re minore di Bach: contiene molte melodie che si intrecciano e viaggiano contemporaneamente secondo la tecnica del contrappunto. Quindi è perfetta per stimolare la nostra mente a essere multitasking. Poi mi permetto di citare me stesso: mi dicono che all’ospedale dei bambini Vittorio Buzzi di Milano usano i miei brani in sala parto, quindi piacerà anche ai piccoli! E concludo con la musica più bella e celestiale che supera qualunque composizione: una ninna nanna inventata e sussurrata dalla mamma al
suo bambino».

C’è un’età giusta per iniziare i figli alla musica dal vivo?

«Non ricordo quanti anni avessi quando ho assistito al mio primo concerto ma è vero che è un’esperienza molto intensa, da offrire anche ai piccoli. L’importante è proporre qualcosa che rispetti le loro inclinazioni, i loro gusti. Insomma, se si annoiano, non è colpa loro!».

Per finire, cosa diresti a un bambino che sente la passione per uno strumento?

«Di seguire il suo cuore: senza questa attrazione fatale non ce le fai ad affrontare uno studio accademico così duro. Alla base, insomma, c’è un pizzico di follia. E questo vale anche dopo. Io, per esempio, non dormo la notte per la musica: comporre è un’esperienza psicologica al limite del surreale. Perché, in un continuo superamento di se stessi, apre nuove porte e orizzonti. Infine, conta molto l’autenticità: il pubblico non va ingannato. Avverte subito se l’artista sta giocando a carte scoperte oppure no. E io, che sono stato il primo a parlare delle mie ansie, in questo sono molto tranquillo».

Giovanni Allevi: una vita per le sette note

Giovanni Allevi, 44 anni, è nato ad Ascoli Piceno ma si è diplomato ai conservatori di Perugia prima e di Milano poi. Dopo la laurea in filosofia, è all’accademia di Perfezionamento di Arezzo, sotto la guida del maestro Carlo Alberto Neri. Sunrise è il titolo del suo ultimo disco (ne ha realizzati 18) e, oggi è impegnato in due tour: Piano Solo (prossime date: 10 aprile a Bergamo, 12
a La Spezia, 15 a Verona e 16 a Parma) e Sunrise tour (20 aprile a Ravenna, 21 aprile a Milano). È sposato ed è padre di due bambini, Leonardo e Giorgio.

 

Tratto da Il Bambino, il giornale per le mamme e i papà di Donna Moderna