Per una buona relazione genitori-figli

La maggior parte dei genitori è alla ricerca di una guida e di risposte che anticipino domande spesso cariche di preoccupazione e che possano sostenerli nella crescita del figlio nei confronti del quale sono motivati a compiere le scelte migliori.

Il rischio è quello di incorrere in teorie e talvolta in veri e propri libretti di istruzioni rigidi e deterministici. Si tratta di strumenti che non riflettono l’attualità di un bambino in continua evoluzione ed estremamente permeabile al mondo che lo circonda, e che possono congelare entrambi, bambini e genitori, in una cornice pregiudizievole, all’interno della quale il genitore ideale e il bambino ideale mettono in crisi l’autenticità di una relazione che deve invece essere vissuta passo dopo passo, con partecipazione autentica, critica aperta, flessibile e dubitativa.

Come porre dunque le basi di un buon rapporto genitore-figlio?

Relazione genitori figli

credits: Photoshot

  • Innanzitutto bisogna pensare il bambino come “altro da sé”; è importante che un genitore faccia emergere la propria esperienza e le proprie aspettative affinché il suo “bambino ideale” non impedisca l’incontro con il bambino reale.

Gli strumenti per fare ciò sono principalmente l’ascolto e l’osservazione del bambino, e il confronto, prima all’interno della coppia, poi, eventualmente, con un esperto.

  •  Pensare il proprio bambino nella sua interezza e complessità, considerando tutte le sfere della sua personalità, aiuterà poi l’osservazione e la comprensione dei suoi comportamenti.

La sfera intellettiva = il funzionamento dell’Io = come pensa?

La sfera affettiva = sentimenti e affetti = come si emoziona?
La sfera relazionale = il Sé e la relazioni = come vive sé stesso e gli altri?

L’accento è spostato dal “cosa” (cosa pensa, cosa prova..), che riflette l’ansia dei genitori di entrare nella testa dei figli e invaderne gli spazi, (ed è espressione di un approccio saturo che li pone spesso in impasse la famiglia nei momenti critici), al “come”, ovvero al modo di conoscere (e riconoscere) il proprio bambino come altro da sé, nei processi che possono avvicendarsi nella sua mente e nel suo cuore, pensati sia rispetto all’età, sia rispetto ai contesti, facendo collegamenti e ipotesi, piuttosto che trarre conclusioni e a dare etichette.

Un passo indietro

Come genitori dunque fate un passo indietro, concedete a voi stessi e ai vostri figli uno spazio e un tempo esclusivi per mettervi di fronte a un foglio bianco, e osservate cosa accade: attività destrutturate come il disegno, il gioco, il racconto di storie… sono ottimi strumenti per far esprimere vostro figlio aprendo una porta sul suo mondo interno attraverso l’immaginazione e la fantasia che si traducono in un atto.

Non siate voi a stimolare o a suggerire ma restate accanto al bambino per accogliere la sua creazione e farne un’esperienza condivisa.

È questa infatti la strada che può meglio aiutarli a instaurare una buona relazione con i figli in un’ottica di accoglienza, e riconoscimento delle diversità e delle potenzialità individuali al fine della loro valorizzazione.

 

Margherita Elli è psicologa clinica e psicoterapeuta di formazione analitica, ha esperienza sia nel campo dell’insegnamento che della psicoterapia. Si occupa da anni di disagio psichico, disagio minorile e di problemi legati alla famiglia.