Cibo: premio o punizione

30 gennaio 2013- di
bambini

credits: Turismo Emilia Romagna

Un atteggiamento educativo che alcuni genitori seguono e che inevitabilmente influisce sulle abitudini alimentari dei figli è il ricorso al cibo offerto o imposto come premio-punizione di un comportamento nell’intento di controllarlo.

Questi genitori, sfiduciati o esausti di fronte al figlio che ostinatamente non manda giù una briciola di quello che loro “si sono inventati”, tentano la strada che pare più percorribile, e senza saperlo applicano le regole del “condizionamento classico e operante”.

Furono il fisiologo e medico Ivan Pavlov e lo psicologo Burrhus Skinner a individuare e connotare questo comportamento. Attraverso studi e osservazioni si accorsero che è possibile indurre reazioni fisiologiche e comportamentali a partire dall’esposizione ripetuta ad alcuni stimoli.
In sostanza si tratta di un metodo ritenuto da molti efficace, ma che, proprio per questo, va usato con moderazione.
E si capisce anche perché.

• Quando utilizza il cibo come ricompensa di un comportamento corretto (“Se fai il bravo, ti do una caramella”), oppure negato come punizione di un comportamento scorretto (“Siccome fai i capricci, niente gelato”), l’adulto provoca come reazione immediata il comportamento desiderato; per esempio ottiene che il bambino finisca l’ultimo cucchiaio di minestra per avere la caramella subito dopo. Tuttavia, così facendo, si induce un apprendimento collaterale, come dire, una sorta di effetto indesiderato. Infatti, senza volerlo, l’adulto va ad aumentare la preferenza del bambino verso il cibo ambito (la caramella, contro la minestra). Il bambino recepisce così un messaggio contraddittorio: se da una parte viene incoraggiato a mangiare cibi che fanno bene, dall’altra viene premiato con cibi che non fanno bene per nulla. Il mondo degli alimenti viene allora diviso in:
– alimenti che fanno bene, ma sono poco appetibili;
– alimenti che non fanno bene, ma si possono guadagnare facendo i bravi (Puhl R.M. e Schwartz M.B., 2003).
Se non si cambia comportamento, la divisione tra gli alimenti diventa con il tempo sempre più netta e sarà sempre più difficile far sperimentare al bambino nuovi piatti poco invitanti o prodotti salutari che “bisogna mangiare”, come, tipicamente, le verdure (Hendy H.M., 1999).

• Il cibo viene proposto anche come consolazione quando il bambino è turbato, triste o ammalato. Si usano allora frasi del tipo: “Mangia la torta, che ti tiri su”, e il bambino impara che, quando è triste o stanco, può sentirsi meglio concedendosi il cibo preferito. In questo caso, non si insegna al bambino ad ascoltare ed esprimere le proprie emozioni, ma lo si induce a mascherarle cercando una gratificazione immediata (nel cibo). Purtroppo questo comportamento, se ripetuto in maniera sistematica, potrebbe condizionare il rapporto che l’individuo avrà con il cibo da adulto.

 

Tratto da Facciamo la pappa di Francesca Valla, Mondadori
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