Donna, madre e lavoratrice

08 marzo 2013- di

Nel momento esatto in cui diventiamo madri tutto, innegabilmente, cambia: non siamo più le persone che eravamo prima ed i bisogni di quell’esserino appena arrivato diventano il nostro primo obiettivo. Il cambiamento è così profondo che molte di noi tendono ad annullarsi all’interno del nuovo ruolo e delle nuove responsabilità, e questo ha ripercussioni anche nella vita lavorativa.

Certo, per chi lavora come dipendente, le ripercussioni possono iniziare anche prima, fin dal momento cui viene comunicata la gravidanza al datore di lavoro. Licenziamenti, diritti negati, poca tutela e trattamenti ignobili che arrivano spesso fino alla violenza psicologica ed al mobbing sono ancora, purtroppo, all’ordine del giorno in questo Paese e sono una piaga che dovrebbe essere combattuta con ogni mezzo possibile.

lavoro

credits: Monica D.

Ovviamente, una volta finito il periodo di astensione obbligatoria, non è facile destreggiarsi tra l’allattamento, le prime malattie, l’inserimento all’asilo nido o  alla scuola materna. La flessibilità oraria diventa il sogno proibito di ogni mamma che lavora.

Non sono rose e fiori nemmeno per chi ha un lavoro autonomo, anzi, si tratta di una categoria falcidiata da dimissioni firmate in bianco, mancati rinnovi dei contratti e molti meno diritti di chi ha un lavoro dipendente.

Vorrei rivolgermi, però, a chi ha un lavoro in proprio e magari lavora come freelance da casa o in ufficio, perché si tratta, spesso, di coloro che fondono la propria professionalità con il nuovo ruolo di madre, senza un apparente perché.

Per quale motivo sottolineare ogni volta il nostro status di “madre” come se fosse un stato civile o una categoria protetta? Che scopo ha usare la parola mamma come prefisso di ogni attività? Tra i miei followers di Twitter ci sono decine di “mamma copywriter”, “mamma giornalista”, “mamma architetto” etc.
Serve forse per rimarcare la difficoltà del conciliare il difficile ruolo di madre, con l’attività lavorativa? E allora perché non troviamo altrettante “mamme operaie” o “mamme impiegate”?

In un mondo nel quale ancora non c’è parità a livello lavorativo tra uomo e donna, a mio parere, si rischia solo di ghettizzarsi ancora di più

Un esempio molto pratico di questa auto ghettizzazione mi è recentemente capitato sotto gli occhi quando ho letto di un network per “sole mamme” professioniste che aiuta nel cercare lavoro online. Oltre a chiedermi quale sia l’utilità di questa cosa, mi domando: il nostro Paese invoca di continuo, e non a torto, maggior meritocrazia; non dovrebbero essere la mia competenza e la mia professionalità ad aiutarmi nel trovare lavoro?

Mettere al mondo un bambino è la cosa più straordinaria che possa succederci, ma, e lo dico da donna e madre, non dovrebbe essere anteposto al merito, alla professionalità ed alla preparazione.

L’essere una madre non dovrebbe essere uno svantaggio, come abbiamo visto all’inizio, ma neanche un vantaggio. Rimbocchiamoci le maniche, mostriamo la grinta e mostriamo, soprattutto, cosa sappiamo fare, sia che a casa ci aspettino uno, due, o anche zero bambini.

Continuiamo ad usare l’hashtag #facciamociavanti su Twitter e se ancora non l’abbiamo fatto completiamo il sondaggio che sta cercando di fotografare al meglio la situazione delle donne che lavorano in Italia.

Io sono una di quelle che ha voglia di dimostrare quanto è in gamba. Voi?