Cosa pensano i papà

Se i papà potessero parlare! Non che non lo facciano, ma chissà perché le mamme parlano di più, non certo perché hanno tempo da perdere…forse è solo una maggiore propensione al dialogo, al raccontarsi.

Però se cerchi, se navighi in rete, se fai domande, scopri un mondo che spesso la maggiorparte della gente ignora: un mondo fatto di papà che si mettono in gioco, che hanno voglia di dire, che partecipano a discussioni, che «operano» nell’anonimato. Così scopri che c’è chi si è aperto un blog, chi è un attento lettore di siti dedicati alla crescita dei bambini, chi ha scelto di conciliare, chi si è dato da fare occupandosi del figlio quando la mamma è ritornata a lavoro al termine della maternità, chi aspetta con ansia l’arrivo, chi è pronto a buttarsi a capofitto nella nuova avventura, pur non nascondendo le sue paure.

credits: GabriellaCarofiglio

Padri non si nasce, si diventa. Ci si «trasforma»in papà probabilmente con un percorso che, in alcuni casi, è in ritardo di 9 mesi rispetto a una donna: quasi sempre ci si sente papà nel momento in cui il pupo varca la soglia di casa, quando lo senti piangere e ti devi alzare perché no, non è quello dei vicini; quando devi coccolarlo, calmarlo, nutrirlo, rimproverarlo. Lì o ci sei, o scappi: ma se la tua compagna è lì lì per crollare (benedetta depressione post-partum), se crolla anche il papà, il nano che fa?

Nei giorni scorsi ho avuto occasione di parlare con un paio di loro (un due volte papà e un papà in attesa) e ho potuto far loro un po’ di domande. Ho scoperto che dietro una mamma che lavora fuori casa , c’è un papà che lavora tra le mura domestiche e che si sostituisce a lei. Dietro una mamma alla quale vengono chieste coccole e baci, c’è un papà che soffre perché non è lui il protagonista di tali richieste; ma in compenso le lotte sul letto sono un’esclusiva del papà. Papà che cercano un dialogo con il proprio figlio, quando questo è ancora imprigionato nella pancia; altri che si sentono inadeguati per non riuscire a instaurare un dialogo con il proprio figlio che di anni ne ha ormai 10 e che comincia a chiudersi nella propria intimità. Padri che si sentono inadeguati perché pensano al momento in cui dovranno conciliare le proprie aspettative di genitore con quello che sarà e vorrà realmente il figlio. Ancora, padri dalla lacrima facile; devo dire che da quando c’è Marta, l’occhio languido non manca in questa casa, sarà anche per l’età che avanza.

credits: GabriellaCarofiglio

Padri responsabili sin dalla comparsa delle tacchette rosa del test di gravidanza, che si prendono cura della compagna e del «navigatore a bordo», con paura e gioia in attesa del loro primo incontro e della vita che sarà. Papà che sopportano con amore gli sbalzi ormonali delle proprie compagne – allenatevi, quelli, che l’abbiate provato o no, non mancheranno durante tutta l’esistenza della donna che vi sta accanto. Avete una bimba? Auguri, eheh!

 

Per me, un buon padre è colui che riesce a instaurare un rapporto di fiducia, di scambio, di dialogo con i propri figli, indipendentemente dal tempo materiale che trascorre con loro. Per un padre, invece, come deve essere un buon padre? E’ colui che è presente, anche senza dare chissà che. Un buon padre è una mano forte che ti insegna a scrivere, ma che ti lascia libero di scegliere la tua grafia. Bravi ‘sti padri, eh?