Giocare in casa: facciamo che sono un veterinario?

16 gennaio 2013- di

Le previsioni del tempo ci avevano azzeccato in pieno, sarebbe stata la quarta domenica di fila di gelo e pioggia scrosciante, il quarto fine settimana passato a giocare in casa, il più lungo periodo a memoria di genitore di reclusione del duenne, ovvero un mese tondo di nervi duramente messi alla prova.

Le prospettive non erano rosee e per giunta aggravate da una triste consapevolezza: nel weekend sarei stata sola. Mio marito, sarcastico veterinario con la condanna della reperibilità, era bloccato in clinica e non avrebbe potuto darmi il cambio quando fossi rimasta a secco di fantasia e forze per giocare con il piccolo, per l’occasione instancabile come un replicante e carico di energie come un reattore nucleare.

credits: Giada Francia

Non ero l’unica a sentire la sua mancanza: alla terza occasione in cui mandai a sbattere l’adorata macchinina telecomandata, Puki prese a protestare per l’assenza della figura paterna, decisamente più esperta alla guida. “Voio papà!” fu l’unica cosa che ululò per la mezz’ora successiva, mentre io sperimentavo ogni forma di respirazione yoga per resistere alla tentazione di lanciare in giardino macchinina e figlio…

Superata la crisi mi sembrò importante spiegare al piccoletto che il padre era impegnato nella importantissima missione di curare gli animali.