Un giocattolo per scoprire la scienza

19 febbraio 2013- di

Tutti i bambini conoscono i Lego, ma non sanno che li usano anche i ricercatori della Nasa. Né che con i pezzi del Meccano è stato costruito un vero ponte. «Dietro ogni gioco c’è più fisica o matematica di quanto si pensi» dice un giovane giocattolaio. Che qui si racconta

Nessuno di noi genitori ci pensa, perché probabilmente non lo sa. Eppure, quando regaliamo un
giocattolo ai nostri figli, in molti casi stiamo dando loro le chiavi per conoscere, con la pratica, molte delle leggi scientifiche che regolano il mondo. È la tesi che ha portato Davide Coero Borga, di professione inventore di giochi, a scrivere il libro La scienza dal giocattolaio (Codice Edizioni).

Che titolo curioso: la parola giocattolaio, alla gran parte di noi, evoca il lavoro paziente di chi costruisce, e aggiusta, bambole, trenini, carillon…
Oggi quella figura misteriosa e romantica, ahinoi, non esiste più. I moderni balocchi nascono in studi di progettazione e fabbriche, proprio come gli elettrodomestici. E la loro scienza è quella dei microchip e della fisica applicata. Però il risultato non cambia: i bambini moderni si divertono in modo simile ai piccoli di ieri. Solo che hanno a disposizione più strumenti per esercitare la loro immaginazione».

Lei dice che nei giocattoli d’oggi c’è tanta scienza. Ci racconti.
«Sì. Qualche esempio? Giochi come il frisbee o le piste paraboliche, quelle con le curve mozzafiato, delle Hot wheels sfruttano precise leggi fisiche e il cubo di Rubik si può risolvere in 20 mosse grazie agli algoritmi matematici. Per far girare all’infinito l’hula-hoop, invece, il nostro punto vita deve diventare il perfetto asse di rotazione. Ci sono poi il telescopio o la bussola, strumenti scientifici in versione giocattolo. E altri giochi, per esempio lo shangai, che funzionano come strutture architettoniche tridimensionali».

Ma davvero con il Meccano è stato costruito un vero ponte?
«Sì, a Liverpool. Ed è stato fatto con oltre 200mila pezzi. Lo si può vedere alla Facoltà di ingegneria. Considerata la sua giovane età, come le è venuto in mente di fare un mestiere dal sapore tanto antico? «Io sono un apprendista giocattolaio, affascinato dalla potenza narrativa del gioco. E ogni volta provo lo stesso impulso infantile di smontare (o rompere) un giocattolo per vedere che cosa contiene e come funziona. È così che mi nascono nuove idee. Il mio lavoro, lo ammetto, è una bella scusa per tornare tutti i giorni un po’ bambino».

Da cosa trae ispirazione?
«In genere mi concentro sui giochi semplici e già noti, per poi arricchirli con significati differenti,
legati al mondo di oggi. Vi faccio un esempio. Se trasformo i classici semi di un mazzo di carte (cuori, quadri, fiori e picche) in quattro risorse energetiche come sole, vento, acqua e gas naturale, con opportune regole posso inventare un gioco per insegnare a non sprecarle!».

I giocattoli si comprano in negozio, ma se un genitore volesse inventarseli?
«Basta poco. Fin da piccolissimi tutti i bambini adorano maneggiare gli attrezzi del papà o le stoviglie che la mamma usa in cucina, imitando i grandi. Bene, giochiamo insieme a loro per evitare possibili disastri. Ma, allo stesso tempo, lasciamo spazio alla fantasia, che porterà i bambini a trasformare questi strumenti in qualcosa di diverso, utilizzandoli in modi imprevedibili. Il segreto, anche per noi, è non perdere la voglia di chiedersi: “Come funzionano le cose?”; “Perché ci lasciano a bocca aperta?”. Conoscere le risposte ci rende genitori più curiosi, meno abitudinari, creativi.

La vita dei nostri figli, però, rischia di essere dominata dal virtuale. Non crede sia importante limitare l’invadenza di gadget elettronici, tanto seducenti agli occhi dei piccoli?
«L’infanzia dei cosiddetti “nativi digitali” non è così diversa da quella che abbiamo vissuto noi.
Oggi, però, occorre che mamma e papà sappiano scegliere. I videogame “sparatutto”, per esempio,
non mi hanno mai fatto impazzire. Mentre ce ne sono moltissimi altri che, oltre alle abilità logico-scientifiche, sviluppano quelle sociali, perché si possono fare in coppia o in gruppo».

E per quanto riguarda i passatempi più tradizionali?
«Spazio ai giochi da tavolo, dal Forza 4 al Monopoli (che, oltretutto, insegna precise nozioni
di economia). E a quelli di movimento, come il pallone, la corda per saltare, l’aquilone, con cui è bello divertirsi tutte le volte che si può uscire all’aria aperta. Ci sono poi le bambole e i robot, fantastici giocattoli “sociali” con i quali i piccoli tendono a riprodurre situazioni reali, quelle che vivono tutti i giorni, insieme ad altri coetanei. Ma, soprattutto, c’è bisogno che i genitori giochino con i figli, insegnando loro a giocare con gli altri. Una lezione che li aiuterà prima a crescere
e più avanti ad affrontare la vita».

Davide Coero Borga
L’arte di saper giocare
Nato 31 anni fa in Piemonte, a pochi chilometri dal Monviso, Davide Coero Borga si laurea in Filosofia e inizia a lavorare nel museo A come Ambiente di Torino. Dopo aver ottenuto un master di
Comunicazione scientifica presso l’Ictp (Istituto di fisica teorica) di Trieste, comincia a progettare giochi. E scopre una vera vocazione nel disegnare e produrre giocattoli di scienza. Curatore di mostre al Festival dell’energia di Lecce, Genova, Venezia, Roma, collabora con l’Agenzia spaziale italiana e l’Istituto Superiore di Sanità.