Primavera, tempo di gite scolastiche

20 marzo 2013- di

Sono questi ultimi mesi di lezione quelli in cui spesso si organizzano le gite scolastiche: brevi escursioni di una giornata nelle vicinanze per i più piccoli, talvolta viaggi più lunghi con l’avventura del pernottamento fuori casa per i più grandi.
In ogni caso, queste gite sono attese con eccitazione: in classe i bambini fanno progetti fra loro su come impiegare le ore a disposizione e, a casa, contano i giorni con un occhio alle previsioni del tempo.

Le gite scolastiche, per tutti, sono fra gli avvenimenti che rimangono nei ricordi e tutto quello che accade in quelle giornate acquista un valore particolare, sia dal punto di vista dell’apprendimento, vissuto con esperienze dirette, eccezionalmente fuori dall’aula, sia da quello dell’affiatamento con i compagni e anche con gli insegnanti.

Quando le gite scolastiche comportano alcune notti fuori casa

Dopo un po’ di scampagnate in fattoria, visite nei musei e passeggiate in montagna, la svolta nella storia personale delle gite scolastiche arriva quando, per la prima volta, si trascorre qualche notte fuori casa.
Ricordo che per me le prime esperienze sono state durante la scuola media, con una sensazione di libertà ed evasione, nel condividere con le amiche la camera e l’armadio dei vestiti, nel tirar tardi facendoci quelle confidenze che la notte concilia.

Al mio figlio più grande l’occasione è capitata prima, a otto anni, in terza elementare: cinque giorni con i suoi compagni e le maestre, per la prima volta lontano dalla famiglia. E’ partito dopo qualche iniziale titubanza, che mi sono sentita di ridimensionare perché avevo una fiducia assoluta nelle maestre e sapevo che la struttura che li avrebbe ospitati era adatta a bambini di quell’età, ma soprattutto perché, conoscendo il suo carattere, ero convinta che avrebbe goduto molto della compagnia dei suoi amici e che avrebbe vissuto delle giornate di puro divertimento.

Così è stato e ne ho avuta conferma nelle due laconiche telefonate che, prima della partenza, avevamo concordato. Durante il tempo libero del pomeriggio, nel mezzo delle partite di calcio, col fiatone: «Come stai?» «Bene», «Ti diverti?» «Sì», qualche cenno al punteggio e poi «torno a giocare».
Era tutto a posto, senza dubbio. Un sospiro di sollievo: non avevo sbagliato a incoraggiarlo.

E’ stato quando aspettavo il pullman al ritorno che ho sentito salire tutta la commozione che avevo messo a tacere quando era il momento di rassicurare: non vedevo l’ora di rivederlo, stropicciato e stanco. E anche per lui quello è stato l’unico momento di malinconia, ma perché la gita era finita! Un successo.