La tivù? Non è una tata per i bambini

Sono ormai tantissime le trasmissioni che si rivolgono ai più piccoli. E offrono di tutto: dai cartoni alle lezioni d’inglese. Bene così. A patto che non si trasformino in una babysitter. Perché i bambini hanno bisogno di muoversi e di giocare. Lo dice una grande psicologa

È boom delle baby-tivù, canali che si rivolgono ai piccoli in età prescolare e propongono programmi di ogni tipo: dal cartone educa- tivo al corso d’inglese. Si vanno a sommare ai già numerosi canali per bambini – oggi se ne contano circa 30 – che si trovano sia sul digitale terrestre sia sul satellite, con un pa- linsesto fittissimo, dalla mattina alla sera (tra poco per i più grandicelli ci sarà perfino la versione italiana di Junior Masterchef). In fondo, durante la mia infanzia, al massimo si poteva vedere Goldrake e La tv dei ragazzi. Viene na- turale quindi chiedersi: tutta questa tivù non sarà un po’ troppo? Farà bene ai nostri figli? Giro i miei dubbi ad Anna Oliverio Ferraris, nota psicoterapeuta (e nonna) che ha sempre avuto un occhio di riguardo sui bisogni psi- cologici dei bambini e su come i nuovi media influenzino il loro sviluppo. «Troppa tivù non fa bene, è risaputo» mi risponde al telefono.

«Ma la cosa che mi preoccupa è la cosiddetta baby-tivù: programmi e canali che si rivolgono a bambini sempre più piccoli, dagli 0 ai 3 anni». Perché?

«I bimbi di quell’età devono fare tutta una serie di esperienze, poi si può passare allo schermo. Devono imparare a parlare, a mettere le basi del linguaggio, a muoversi e socializzare: tre cose che si possono fare solo nel mondo reale, non in quello virtuale».

Eppure la baby-tivù si presenta come un aiuto ai genitori.
«Dicono che stimola la creatività e l’appren- dimento ma, secondo me, non è vero. È nel rapporto con una persona in carne e ossa, nel rispecchiarsi nei suoi comportamenti che il bambino, soprattutto se molto piccolo, cresce e scopre. Imparare a parlare per esempio è un esercizio complesso: il bambino ascolta, si inse- risce, la mamma lo imita, lui imita la mamma».

E con la tivù non lo impara?

«No, perché il bambino non riesce a raggiungere il personaggio che gli sta parlando sullo schermo. Cerca di comunicare, ma non ottiene alcuna risposta, e allora scatta la frustrazione. Studi molto noti a educatori e psicologi dicono che i bambini esposti precocemente alla televisione possono avere anche dei ritardi nello sviluppo del linguaggio».

Addirittura?

«Sì,è una cosa di cui si discute da 20 anni. Uno studio dell’università di Cambridge, in Gran Bretagna, lo aveva già segnalato agli inizi degli anni Novanta».

Qual è quindi l’età giusta?

«Verso i 4 anni, ma mai per troppo tempo. La televisione non deve essere considerata una tata elettronica. Addirittura in certe case è accesa dalla mattina alla sera. Accompagna i bambini mentre fanno colazione, pranzo e cena. Sostituisce persino la fiaba della buonanotte.
Vogliamo mettere invece il piacere di sentire la voce del papà o della mamma ai quali fare domande, chiedere il significato di certe parole, esprimere le proprie paure prima di dormire?».

Certo. Però, tornando ai canali fatti apposta per i bambini, non è meglio che guardino quelli piuttosto che la tivù generalista dove passa di tutto, anche le immagini che per loro non vanno bene?

«Questo è un altro aspetto. Riguarda la qualità della televisione. È chiaro che è meglio che ci siano dei buoni programmi per loro,possibilmente senza continue interruzioni pubblicitarie. Con un ritmo più lento e cose da imparare. Ma ha senso se i piccoli riproducono quello che a loro viene esposto, quindi se fanno un passaggio ulteriore. Per esempio, guardano una trasmissione dove insegnano passo passo a costruire un lavoretto artistico. In casa poi ci deve essere qualcuno che li stimoli: la mamma, una brava babysitter, un nonno. Perché da soli non è detto che lo facciano».

Concludendo: quali sono i criteri che possono aiutare un genitore a scegliere?

«Non sono uguali per tutti. Una mamma e un papà conoscono la maturità dei propri figli. E anche dalle reazioni che hanno, possono capire cosa è adatto a loro o meno, cosa gli provoca frustrazioneoansia,escegliereunprogrammache val la pena di vedere perché trasmette valori che loro, come genitori, condividono. Io per esempio con mio nipotino guardo gli episodi della Pimpa. Lui si siede sulle mie ginocchia e commentiamo insieme. Poi però si spegne. Perché di una cosa sono assolutamente convinta: meno televisione vedono i bambini nell’infanzia e più giocano meglio è.Mettiamogli a disposizione gli spazi per giocare!».

Anna Oliviero Ferraris. Una vita per i bambini

Anna Oliverio Ferraris è nata a Biella ed è Professore di Psicologia dell’età evolutiva all’università Sapienza di Roma. Dirige la rivista degli psicologi italiani Psicologia Contemporanea. È autrice di testi scientifici e di libri rivolti agli educatori. È stata membro della Consulta Qualità della Rai e del Comitato nazionale di Bioetica. Nel 2006 ha scritto Tv per un figlio (Laterza).Vive a Roma con il marito Alberto Oliverio, ha una figlia, Albertina, con cui ha scritto nel 2011 il libro A piedi nudi nel verde. Giocare per imparare a vivere (Giunti), ed è nonna di due nipotini di 4 anni e mezzo e di 10 mesi. Il suo sito è www. annaoliverio ferraris.it.

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Tratto da Il Bambino, il giornale per le mamme e i papà di Donna Moderna