La legge 40: gli errori da non fare

20 marzo 2013- di
legge 40

credits: Daniel Lobo

Fatico a raccontare tutto ciò che riguarda la sfera personale ed emotiva del mio rapporto con le pazienti. Sono un medico, ho una formazione scientifica. Entrambe le cose mi portano ad essere più pragmatico che sentimentale. Eppure il mondo della procreazione assistita è fatto, più di altri, di emozioni, e di bisogni. La maternità è un bisogno fisiologico, ma è anche il risultato finale di un gesto naturale d’amore. Un uomo e una donna insieme. Quando la natura non ce la fa si cerca l’aiuto della scienza, e subentro io. Per quanto freddo e impersonale mi imponga di essere , c’è sempre qualcosa che umanamente mi colpisce. Sempre. Anche se non lo lascio trapelare. La storia di oggi ne è un esempio, e mi preme raccontarvela perché può essere molto utile alle pazienti che vogliono andare all’estero.

La storia di Roberta

Roberta entra nel mio studio tre anni fa. È l’ultimo appuntamento della giornata, e questo mi permette di indugiare un po’ prima di iniziare il colloquio medico vero e proprio. Si siede. È sola. Non succede spesso, di solito al colloquio viene una coppia. La osservo: è tutta vestita di nero. Con i capelli scuri e gli occhi neri sembra un quadro monocromatico. Non faccio mai domande che esulino dal mio campo, ma quella volta non resisto. Sorrido prima, per metterla a suo agio. «Come mai vestita tutta di nero?». Il mio tono è leggero, è solo una stupida curiosità. Il suo no. «Perché io sono nera, dentro e fuori, come la pece».
Per un attimo mi manca il respiro, tanta è la disperata consapevolezza di quella risposta. «Come, scusi?». «Sì, la pece, lei sa cos’è la pece?». Ossignore, e ora cosa dico? Non è mica una domanda medica questa, posso essere impreparato. Non aspetta la risposta, e prosegue. «La pece è una materia non vitale, che si espande lentamente, appiccica, e soffoca tutto ciò che ingloba. Io sono come la pece, il mio corpo ha soffocato un soffio vitale, quindi mi vesto di nero. Sempre».
Ora come faccio a cambiare argomento? Come la riporto ad un terreno a me più conosciuto, quello medico? Non vorrei sembrare insensibile. «Vuole raccontarmi ciò che le è successo?». Non so, le parole sono uscite da sole, ma per fortuna era la cosa giusta da dire, in quel momento.
E la storia che ne scaturisce è emblematica. Roberta inizia il percorso di procreazione assistita anni prima, come tante altre. Ha 35 anni, e la tuba destra chiusa dopo una gravidanza extra uterina.
«Vengo da una famiglia molto tradizionale, cattolica. Sono la prima di tre sorelle. Dopo due anni di matrimonio rimango incinta. Tutto normale, nella mia famiglia si studia, ci si sposa, si fa figli. Una vita che scorre su binari già segnati. Una illusione da ignoranti. La vita in realtà fa quello che vuole».
Il suo tono è molto freddo, come se stesse raccontando una esperienza non sua. E particolari personali che nessuno le ha chiesto. Ma capisco che ha bisogno di raccontare, la lascio fare. «Una notte mi sveglio con dolori atroci e sangue dappertutto: ho appena superato il secondo mese. Mio marito mi porta di corsa in ospedale, scoprono che la mia era una gravidanza extrauterina… rimango con la tuba destra chiusa. E il trauma di una gravidanza persa da superare. Peccato che nessuno mi dia tregua. Non è passato neppure un mese che mia madre, con tono compassionevole, mi dice: come ho fatto a farti così imperfetta? Eppure durante la gravidanza sono stata così attenta… Non è da meno mia suocera: speravo tanto in un nipotino, sai? Saresti la prima nella mia famiglia a non poter fare figli. Dice proprio così, fare, non avere. Ritengo che un figlio non sia un dovere da assolvere, e le mando entrambe al diavolo. Con il passare del tempo, però, dentro di me risale prepotente il desiderio di un figlio, un istinto primordiale quasi, il bisogno di sentire, nella mia pancia, una vita che si concepisce, si sviluppa lentamente, interagisce con me. Voglio andare mano nella mano con mio marito a fare la prima ecografia, a vedere la piccola testa, a sentire battere il suo cuore. In fondo, non chiedo qualcosa di così eccezionale, anzi, vorrei poter fare ciò che le donne da millenni fanno. Ma il mio corpo me lo impedisce. Il mio corpo è imperfetto. Ha ucciso il mio bambino, non lascia che ne faccia altri. Le ripeto, è come la pece».

Sfortuna o…

Roberta è sfortunata: è appena entrata in vigore la legge 40, non tutti i medici sanno che cosa si può fare e che cosa no in Italia. Il suo ginecologo le consiglia una Fivet, all’estero per poter congelare gli embrioni in sovrannumero.
Dopo aver vagliato molte possibilità, lei e il marito scelgono una struttura nell’est – europa. Altrove ci vogliono troppi soldi.
«Sa, dottore, il centro non era male, i medici molto gentili. Ho fatto la Fivet. Purtroppo pur rispondendo bene alla terapia ormonale non hanno mai congelato gli embrioni. Dopo tre tentativi ancora non rimango incinta. Sto per partire per il quarto viaggio e, per l’ennesima volta, vado dal mio medico di base a farmi prescrivere le medicine necessarie. È in ferie, c’è il sostituto. Non che la cosa mi piaccia, ma ho bisogno di quelle ricette. Gli racconto tutto. È lui che mi mette in guardia, ed è per questo che sono da lei».
Il medico le spiega che ormai da diversi anni la Legge 40 è stata modificata ed è possibile utilizzare più oociti. Se si ottengono più embrioni di quelli che vengono trasferiti si devono congelare per poterli utilizzare successivamente.
In più nel centro in cui si era recata non le avevano mai chiesto gli esami per le malattie infettive. Per fortuna là non le avevano congelato gli embrioni. Avrebbe rischiato di avere i suoi embrioni congelati in banche con embrioni di altre coppie positive per epatite B, C, Hiv, chissà? E di infettare i suoi.
Dopo tre cicli di scongelamento, proprio all’ultimo trattamento è rimasta gravida, ora è al quinto mese di gravidanza. È venuta recentemente a farmi gli auguri di Natale. Era vestita di bianco.
La legge 40 ora, dal 2009 dopo la sentenza della Corte Costituzionale, consente di utilizzare più di tre oociti, quindi ottenere più degli embrioni utili al trasferimento, congelarli ed anche poter fare indagini pre-impianto per valutarne lo stato di salute. Quindi valutare se ci sono malattie genetiche e alterazioni cromosomiche.
Occorre informarsi per scegliere con consapevolezza e non diventare burattini nelle mani di gente inesperta.