Lavoro: gravidanza come sinonimo di licenziamento

Dal Regno Unito una notizia che, per quanto assurda, non ha la forza di stupirci.
I dati raccolti dalla Camera dei Comuni, mostrano come quasi il 14% delle 350.000 donne che in media ogni anno vanno in maternità abbia perso il proprio lavoro. A questo si aggiunge il fatto che se non perdono il posto, vengono reintegrate in ruoli inferiori, o viene fatta pressione su di loro per evitare che facciano carriera. In Italia la fotografia non è migliore: secondo l’Istat  in due anni, tra il 2008 e il 2009, ben 800.000 donne sembra siano state costrette a dimettersi o sarebbero state licenziate dopo una gravidanza.

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credits: liquene

Ogni anno, migliaia di donne perdono il lavoro. Non per inettitudine e nemmeno per mancanza di ambizione; molto più semplicemente a causa della discriminazione da parte dei datori di lavoro che appena vengono a conoscenza di una gravidanza sentono il bisogno di difendersi dallo spettro della maternità che, secondo una leggenda metropolitana dura a morire, sarebbe una rovina.

Non contano le ricerche o le evidenze scientifiche che dimostrano che le donne – in ambito lavorativo come fuori – non sono inferiori agli uomini e che al contrario, hanno una spiccata tendenza al problem solving; non importa il valore lavorativo che una donna ha all’interno dell’ufficio, della fabbrica, del negozio. Non contano le differenze tra uomini e donne che rendono complementari le loro competenze.
Il fatto fra qualche mese dovrà assentarsi per qualche settimana dall’ufficio offusca la mente del datore di lavoro al punto da preferirne il licenziamento a discapito della formazione professionale raggiunta fino a quel momento che potrebbe fare gola a un altro datore di lavoro di più ampie vedute.
La gravidanza di una donna rappresenta, aldilà della legge, un momento di reale sospensione del rapporto lavorativo tra lavoratrice e datore di lavoro. A provvedere alla retribuzione della donna è l’Inps con l’indennità di maternità, sempre per i 5 mesi.

È previsto proprio un espresso divieto al licenziamento. Esso viene aggirato da molti datori di lavoro con il mobbing al quale la psiche di molte donne non regge e le porta a reagire con le dimissioni. Missione compiuta per il datore di lavoro. Sono previste tutele per le dimissioni intervenute in tale periodo, atte a verificare il reale interesse della donna a dimettersi.

Nonostante controlli, verifiche e il resto, molte donne sono ancora costrette a scegliere tra maternità e carriera. Spesso chi le costringe è un uomo che, fisiologicamente, non può capire cosa sia il desiderio di maternità e quanto la realizzazione di tale desiderio non faccia che aumentare competenze e tendenza al multitasking senza minare la professionalità. Se questo accade è solo perché le donne lo permettono.

Tu ti senti professionalmente realizzata o hai dovuto scegliere?