Mompreneurs per conciliare figli e lavoro

Chi sono le mompreneurs? Sono mamme che hanno deciso di reinventare i propri tempi e spazi di vita per conciliare meglio la vita famigliare e quella lavorativa.
Perché la scelta carriera o figli, casalinga o manager, part time o full time sono concetti che stanno stretti quando il fatto di diventare madre non va a braccetto col perdersi di vista. Quindi lavorare diventa una volontà, e ancora prima – spesso – una necessità, quindi va bene mamme ma anche lavoratrici.
E come si fa?

Come si concilia tutto? I bambini, i loro tempi, le loro esigenze, il lavoro, le consegne, le scadenze? Diventando manager di se stesse e del proprio tempo.

La gestione del tempo e degli spazi di lavoro, la flessibilità dei contesti lavorativi, messa a frutto da talenti troppe volte castrati negli spazi isitutzionali. Come farlo? Lo spiega l’e-book Mamma e lavoro oggi – Le Mompreneurs (edito da 40k, prezzo democratico 0,99 euro), scritto da Patrizia Eremita creatrice di mammaelavoro.it, con la giornalista Francesca Amé.
Le mompreneurs – spiega il libro – sono un fenomeno che, dall’America, sta dilagando anche in Europa e conquistando l’Italia; la contrazione già nel nome di mamma e imprenditrice è il simbolo della madre che aspira a una migliore conciliazione tra vita privata e attività professionale, che non vuole essere schiava dei rigidi orari di ufficio ma nemmeno rinunciare alla propria identità di donna che lavora.
Come diventare mamma imprenditrice? Per la giornalista Francesca Amè bisogna lasciarsi guidare da quelle che sono le proprie aspirazioni, anche i propri compiti anche le proprie capacità, sapersi ascoltare. Essere mompreneur vuol dire mettersi in gioco completamente, magari per un lavoro completamente diverso da quelle precedente, seguire l’istinto, la passione di metterci del proprio e un business plan chiaro perché si possa spiccare il volo anche economicamente.

A me resta, come sempre, il solito interrogativo sul perché a dover conciliare, a doversi inventare nuovi modi di lavorare, spesso con il pupo attaccato alle gambe o mentre lo si spinge sull’altalena, debba sempre essere la mamma e non, invece, il papà a cui resta il compito del lavoro istituzionale al netto di pannolini sporchi sulla scrivania e Peppa Pig in sottofondo.

Perché non una condivisione vera, un vero 50%, un vero trovarsi a metà strada, a parità di tutto il resto (reddito prodotto, tempo dedicato, possibilità future)?

Voi che ne pensate?