La voce alle famiglie omogenitoriali

10 dicembre 2012- di

Te lo avevo promesso quando abbiamo inaugurato questa rubrica: qui ti raccontiamo le famiglie di oggi, quell’universo multisfaccettato che ha ridisegnato i confini e snocciolato nuovi codici sociologici. E tra queste nuove famiglie ci sono senz’altro anche quelle omogenitoriali, di cui tanto si è parlato ad esempio durante le primarie del Pd. Di queste nuove famiglie fanno parte quei circa centomila minori con almeno un genitore gay e che in Italia vivono senza riconoscimento. Ma al di là dei dati, delle statistiche, degli esempi, non c’è modo migliore per conoscerle dal di dentro che farle parlare in prima persona, dar loro voce per farci entrare nei loro salotti, dove il quotidiano diventa simile a quello di ogni famiglia.

E allora ecco che vi presento la famiglia di Costanza, Monia e i loro due figli. Insieme da quasi 14 anni, sposate da 2 a Barcellona e madri da 6 (grazie a una clinica di Bruxelles). Tra gli impegni in ufficio e quelli di mamma, Costanza ha trovato il tempo di rispondere alle mie domande convinta che «La visibilità è la nostra arma più efficace per far capire che il nostro essere due mamme non rende la nostra famiglia meno funzionale delle altre».

 

Costanza, da quanto state insieme?
Ci siamo “fidanzate” 13 anni e mezzo fa, dopo due anni siamo andate a convivere e un anno dopo (10 anni fa) abbiamo comprato casa insieme.

Quando avete deciso di voler diventare mamme?
La mia compagna mi parlò da subito di questo suo desiderio che aveva da sempre. All’inizio non ero molto convinta, ma a forza di parlarne ho capito che quello che mi bloccava era la paura che non fosse una scelta giusta. La causa profonda della mia difficoltà era la cosiddetta omofobia interiorizzata, che mi faceva sentire inadeguata a priori e riusciva così a seppellire il mio desiderio di genitorialità.

Come avete deciso come fare?
Abbiamo capito abbastanza presto che la soluzione migliore per noi era il donatore perché non volevamo interferenze esterne alla nostra coppia. Avevamo anche individuato un paio di amici gay che forse sarebbero stati disponibili come “donatore amico”, ma temevamo che prima o poi potessero rivendicare un ruolo paterno nei confronti dei figli.

Cosa avete dovuto fare una volta presa la vostra decisione?
Abbiamo preso contatti con il Policlinico universitario di Bruxelles, dopo qualche mese abbiamo avuto il colloquio per la prima visita, nel corso della quale abbiamo portato i risultati di una serie di esami propedeutici. Poi è iniziato l’iter dei tentativi: prima una serie di IUI (inseminazioni intrauterine), poi le FIVET (Fertilizzazione In Vitro con Embryo Transfer, una tecnica di procreazione assistita dove la fecondazione dell’ovulo avviene prima in vitro e poi successivamente l’embrione formato viene trasferito nell’utero della donna).

E oggi avete due bambini…
La grande, arrivata al tredicesimo tentativo, ha 6 anni e mezzo. Il piccolo, dopo altri 7 tentativi, ha 11 mesi.

Come avete tutelato la vostra famiglia dal punto di vista legale visto che in Italia non siete risconosciuti?
Innanzitutto fin dall’inizio della nostra convivenza ci siamo messe sullo stesso Stato di famiglia: non è una gran tutela, ma testimonia il nostro essere più che semplici conviventi. Abbiamo fatto testamento, ognuna di noi, designando l’altra come erede universale nei termini consentiti dalla legge (che prevede quote legittime diversamente da quanto previsto per le coppie sposate), e la mia compagna (mamma biologica e legale di entrambi i bambini) indicando me come persona alla quale vorrebbe che fossero affidati i figli nel caso le succedesse qualcosa di grave: è un’indicazione non vincolante ma della quale il giudice dovrebbe tener conto. È chiaro che la mancanza di riconoscimento del legame tra me e i bambini è la cosa più preoccupante e rispetto alla quale siamo più deboli. Tornando a questioni patrimoniali, abbiamo sottoscritto delle polizze vita designando l’altra come beneficiaria, acquistato al 50% la casa in cui viviamo e cointestato il mutuo al 50%.