Lorenza Bernardi: una mamma poliedrica

26 marzo 2013- di

Mi chiamo Lorenza Berardi e sono una mamma poliedrica.
Credo che le donne abbiano radicato nel DNA un gene speciale, strettamente collegato a quello della perfetta organizzazione.
Parlo del gene delle prestigiatrici. 

Lorenza Bernardi

credits: Riccardo Bonuccelli

Siamo tutte un po’ Silvan, o Tony Binarelli: solo noi, infatti, riusciamo a destreggiarci tra mille cose da fare, a ricoprire due, tre, quattro ruoli contemporaneamente, a moltiplicare ore in una giornata che (davvero?!) ne conta solo ventiquattro.
Anch’io ho imparato a farlo.

Osare. Credo sia il verbo che più mi caratterizza.
Anche se a volte può invece sembrare che io sia solo una tormentata cronica.

Sono sempre stata scomoda per me stessa, non mi sono mai lasciata in pace.
A sedici anni me ne andavo in giro sui treni, la sera, per partecipare ai raduni della squadra agonistica di karate, nonostante il liceo classico lasciasse pochi spazi ad attività extrascolastiche. A vent’anni, con il sogno di lavorare in editoria, me ne sono andata a Milano (io sono di Ferrara), e intanto mi pagavo l’Università lavorando part-time alla Decathlon.
Ho usato il mio assegno di laurea per frequentare un master di tecniche editoriali e sono entrata a lavorare nella mia prima casa editrice importante, nel settore libri per ragazzi. La mia passione.

E intanto partivo due volte all’anno per i campionati europei e mondiali della squadra nazionale di karate. Nel 2000, dopo l’ennesimo campionato del mondo vinto, mi sono dimessa e ho dato alla luce Marcello, il mio primo figlio.

La prima svolta importante della mia vita. Lui ha riempito i miei giorni e le mie notti, ma soprattutto ha cambiato il mio modo di rapportarmi col lavoro. In quel periodo, ancora in maternità, mi ha chiamato un’altra casa editrice per mettermi alle redini di un nuovo progetto per ragazzi che doveva ancora esplodere: Geronimo Stilton.

Sono stati sei anni costellati da grandi soddisfazioni, da lavoro a centrifuga, da mille insegnamenti, ma anche dalla paura di vedere distrutti alcuni argini fondamentali sulle sponde della mia esistenza. Lavoravo sempre di più e non riuscivo neppure ad accompagnare mio figlio a scuola.

Ero soddisfatta, ma non ero felice. Non era quello che volevo e ho capito che ancora una volta dovevo osare.
Quella volta l’ho fatta grossa, perché ho deciso di licenziarmi in tronco senza alternative di fronte a me, se non la voglia di mollare tutto e mettermi a scrivere le mie storie, senza più topi-code-orecchietonde come protagonisti.

Poco importa se nel 2008 la crisi economica è alle porte.
Non so, forse sono stata fortunata, ma anche in questo caso ho osato prendere in mano qualche libro che insegnava a scrivere sceneggiature e ho imparato. Ho cominciato a scrivere per la televisione – cartoni animati – e intanto pubblicavo il mio primo romanzo, ‘Vorrei che fossi tu’.

Ma soprattutto ho scritto un’altra delle pagine migliori della mia esistenza: la mia seconda bambina, Iris. Cioè, capite? C’era la crisi, io non avevo una stipendio fisso, ero tutta da inventarmi, ma ho fatto una bambina. Se non è osare questo…

Da allora il gioco del prestigiatore che caratterizza tutte le mamme di questo mondo è diventato sempre più azzardato, perché erano aumentate le palline da lanciare in aria.
E allora eccomi qui a sezionare la mia giornata a piccoli spicchi tagliati al millimetro: accompagnare i figli a scuola, lavorare, allenarmi, cucinare, fare da taxista al più grande e aiutarlo nei compiti se serve, fare da compagna di giochi alla più piccola.

Non ho rinunciato allo sport, anzi, ho osato anche esplorare nuovi orizzonti scoprendo il triathlon (nuoto, bici e corsa), che pratico quando non tolgo niente alla mia famiglia, tipo in pausa pranzo o la mattina all’alba. Ma questo sfogo quotidiano mi fa essere una madre più completa e rilassata.

Certo, ho imparato a scrivere nei luoghi più impensati (non vi dico dove sto scrivendo questo articolo…) e nei momenti apparentemente meno adatti della giornata, per sfruttare ogni centesimo di secondo. Ma almeno posso rifarmi con le mie storie.

Nell’ultimo romanzo, ‘Come il vento tra i capelli’, ho tratteggiato il profilo di una donna, la contessa Yvonne Chamboissier, che già negli abbottonatissimi anni Quaranta fece dell’osare la sua massima di vita, il suo stendardo, trasmettendo tutto il suo coraggio alla nipote Alix, destinata altrimenti a diventare succuba del padre. 

Ecco, questo è quello che vorrei insegnare ai miei figli.

Parafrasando Charlotte Brontë: Non sono un uccello: non sono impigliata in alcuna rete. Sono solo un essere umano libero, con una volontà indipendente.