La Maddalena che non c’è

06 marzo 2013- di

 

nome bambina

credits: jlhopgood

Nel vecchio computer portatile su cui quasi 11 anni fa ho scritto la mia tesi di laurea c’è un file dove, tra una pagina e l’altra del mio primo saggio, tenevo un diario fatto di appunti di studio ma soprattutto di note non accademiche, evasioni a margine dell’impegno principale di quel periodo.
Una mattina di settembre, appena arrivata in biblioteca, invece di riprendere a esaminare criticamente la prosa narrativa di Germano Lombardi, aprii quel file e scrissi cosa mi era successo la notte prima.
Mi ero sognata incinta, prossima al parto e sola. Aspettavo una bambina, e la bambina si chiamava Maddalena. Nella sorpresa di trovarmi in una situazione che non avevo mai neanche immaginato, quel nome era una certezza assoluta: era come se fosse stata la bambina stessa a deciderlo. Io dovevo solo eseguire: partorire e nominarla.

Il mio pancione del sogno – ne sono convinta anche oggi – rappresentava la gestazione della tesi, l’euforia che sentivo man mano che riflessioni e parole prendevano forma sulle pagine. Ero costantemente emozionata, con le farfalle nello stomaco (o coi pesci nella pancia, come mi rappresentai in un disegno). Alla fine, con l’avvicinarsi della discussione di laurea, mi venne una gastrite e mi passò la poesia. Ma lo stato d’animo migliore di quel periodo – l’ispirazione, l’energia, la felicità di realizzare un progetto – è immortalato in quel sogno e nella certezza che la piccola che stavo per partorire avesse già le idee chiare sul nome da portare.
La Maddalena del sogno aveva capelli neri e labbra scure e carnose, come una sua omonima che avevo conosciuto qualche mese prima in una biblioteca della facoltà.
«Non ti evoca proprio il peccato?», aveva commentato un mio amico guardandola. A me evocava soprattutto sorpresa: sotto un caschetto di capelli corvini tirati educatamente dietro le orecchie si celavano, insieme, una studentessa modello e una tigre fuori da tutte le righe, comprese quelle segnate dai graffi che tirava. Una capace di riassumere il suo licenziamento in due frasi: «ho fatto l’ultima pipì nel bagno dell’ufficio e me ne sono andata», come mi raccontò qualche anno dopo quando la rincontrai per caso. Una bella tosta, insomma. Mi piace pensare che la Maddalena del sogno volesse chiamarsi così per questo.
Al momento Maddalena – quella mia – non c’è. E forse non ci sarà.
Se anche il grafico e io dovessimo avere una figlia femmina, la chiameremmo diversamente: la bimba di un conoscente molto vicino porta già questo nome e al grafico non pare delicato bissare. Precisiamo: a me il doppione non creerebbe alcun  problema, anche perché – sia messo agli atti! – il nome Maddalena me lo covo dal 2002, cioè da quando i bambini veri per noi non erano neanche un’idea. Però riconosco che il nome di un figlio sarebbe bello sceglierlo in due, quindi aspetterò un’altra ispirazione o un altro sogno. Maddalena lo regalo a chi di voi lo vorrà usare  (se il grafico ci ripensa però me lo riprendo, sappiatelo!).