No al telelavoro, ma perché?

12 marzo 2013- di

Telelavoro, addio! La notizia è di questi giorni: Marissa Meyer, CEO di Yahoo!, nota ai più per aver assunto questo prestigioso incarico al quinto mese di gravidanza (e una ola si era alzata a osannare il mito di questa donna diventata super manager alla faccia delle discriminazioni di genere), ha comunicato che dal prossimo mese di giugno tutti i telelavoratori di Yahoo! dovranno rientrare in sede, senza possibilità di appello. O abbandonano il telelavoro, o possono gentilmente accomodarsi alla porta.

No al telelavoro. Ma perché?

Sembra che la decisione sia stata presa per  «la necessità che lo staff sia fisicamente insieme, oltre al fatto che velocità e qualità del lavoro sono spesso sacrificate quando si opera da casa».

Eppure un recente studio della Stanford University sembra affermare proprio il contrario: i telelavoratori  producono di più, lavorano in media 5-7 ore in più alla settimana, più produttivi del 13%, prendono meno giorni di malattia, sono professionalmente più soddisfatti e hanno meno probabilità di lasciare il proprio incarico rispetto a chi si reca quotidianamente in ufficio.

E in Italia cosa succede?

Nel nostro paese il telelavoro al momento rimane un sogno irrealizzabile per 9 italiani su 10. Solo il 3,9 per cento degli occupati telelavora, contro una media europea dell’8% . In Italia la poca diffusione di questa modalità lavorativa è dettata più che altro da un ritardo tecnologico complessivo, dal fatto che la maggior parte delle realtà produttive sono piccole aziende e soprattutto, come anche per altre questioni, da un fattore culturale. La presenza in ufficio (spesso addirittura la presenza in ufficio fino a tardi…) è sinonimo di professionalità, competenza, attaccamento al lavoro. Lavori da casa? Sicuramente lavori meno e male!

Il cambiamento culturale deve arrivare ma sappiamo bene che sarà lento e che dovrà essere supportato, sempre più, da adeguate normative. Si dovrà abbandonare la logica del controllo fisico del lavoratore e si dovrà andare verso una valutazione che tenga conto degli obiettivi raggiunti, della produttività e non delle ore trascorse alla scrivania. Si dovrà dare e ottenere fiducia, di questo parliamo realmente. Di un rapporto fiduciario tra datore di lavoro e dipendente.

Una volta avvenuto questo cambiamento culturale, una volta superato il ritardo tecnologico, il telelavoro potrà davvero funzionare oppure no? Sarà questa la soluzione flessibile che in tanti auspicano per conciliare vita-lavoro e aumentare la produttività?

O forse hanno ragione la Meyer e, prima di lei Steve Jobs, ritenendo che la vera produttività si raggiunge relazionandosi, co-creando, interagendo con i collaboratori, lavorando in team e non, quindi, in solitudine e a distanza?

A me, onestamente, il dubbio rimane… e a voi?