Il nome è il primo dono dei genitori

06 marzo 2013- di

«Avremo un bambino!». E da quel momento, in famiglia, parte la ricerca su come chiamare il futuro bebè. Una scelta bella, importante, ricca, a volte, di ripensamenti. Ma su un punto il dubbio non deve esserci: il nome è un atto d’amore che arriva da mamma e papà. A dirlo è Stefano Bartezzaghi, grande enigmista e semiologo, abituato a giocare con le parole

C’è una domanda che subito segue (e addirittura a volte precede) il test di gravidanza positivo: come lo chiamiamo? Sembra un gioco, ma dare il nome a un figlio porta con sé una responsabilità: “nomen omen” dicevano i latini, ovvero nel nome è scritto il destino. Ne parliamo con Stefano Bartezzaghi, che viene da una famiglia di enigmisti e dello studio della parola (e dei giochi di parole) ha fatto il suo mestiere.

Pensa che esista una relazione fra come ci chiamiamo e chi diventeremo?

«C’è chi ha tentato di analizzare il rapporto fra il nome e il destino, è un discorso incerto, che porta ai confini del razionale. Però penso che una relazione ci possa essere. Nel momento in cui si sceglie il nome per il figlio ci si pone, più o meno consapevolmente, in modo più serio o più giocoso, di fronte a questo tema. La ragione per cui un tempo si dava il nome dei nonni, per esempio, era per augurare al neonato di diventare degno rappresentante della famiglia. Il figlio doveva inserirsi in una tradizione. In un certo senso si tracciava il suo destino».

Però ora accade sempre meno.

«Sì, con la generazione dei babyboomers, quella degli anni Sessanta – la mia per intenderci – le cose hanno iniziato a cambiare. I nomi hanno smesso di essere ereditari e sono nate le mode. Da bambino abitavo in un condominio di sette piani e non ce n’era uno in cui non ci fossero una Paola o un Paolo, e uno era mio fratello».

Sembra che i nomi si diffondano anche per contagio.

«Il fatto è che abbiamo una coscienza del nome ristretta alla nostra esperienza: io, per esempio, ho conosciuto cinque Caterine belle e intelligenti e quando ho avuto la prima figlia l’ho chiamata così. Ne avessi conosciute di brutte e antipatiche, forse non l’avrei fatto. Noi diamo al nome la qualità del nominato, ci piacciono i nomi dei personaggi che ammiriamo per la stessa ragione per cui “amore” ci sembra una parola più bella di “guerra”. Per questo succede che si diffondano i nomi di attori del cinema».

Oppure nomi bizzarri. È un errore, secondo lei, sceglierli strani?

«No, io credo che la moda dei nomi stravaganti sia dovuta a una cosa buona: siamo diventati più liberali verso il destino dei figli, ci aspettiamo che trovino una strada particolare, tutta loro. E non sempre è bizzarro ciò che lo sembra: quando John Elkann chiamò il figlio Oceano, tutti a ridere; in realtà era il santo del giorno! E Nathan Falco, figlio di Briatore, unisce il nome di un profeta a quello di un santo, San Falco».

Nessun limite alle stranezze, dunque?

«Più che limite, equilibrio. Eviterei certe accoppiate infelici con i cognomi, come la famigerata Culetto Rosa…».

Lei, per le sue figlie, ha badato all’abbinamento con il cognome?

«Dopo la già citata Caterina è nata Carla, ho scelto due nomi antichi, che si sposavano bene fra loro, non di famiglia, ma lombardi, come noi. Non avrei optato per Barbara… Ed eviterei le rime fra nome e cognome, o i nomi troppo lunghi, per non attirarmi rancori quando il neonato arriverà alle elementari. Un Rea lo chiamerei Giandomenico, un Bartezzaghi no».

Quindi armonia fra nome e cognome.

«Il poeta Vittorio Sermonti sostiene addirittura che si debba badare alle sillabe: nome e cognome devono essere “giusti”, proprio come il verso di una poesia».

Una finezza per pochi. Altri consigli pratici per genitori in crisi di fantasia?

«Consultare uno dei tanti manuali di nomi è utile, perché ogni nome ha una storia ed è questa che può convincerci a sceglierlo».

E se mamma e papà non sono d’accordo?

«Come suggerivano Fruttero e Lucentini in un libro di un po’ di anni fa (Il nuovo libro dei nomi di battesimo, Mondadori, ndr), organizzare un torneo di Wimbledon fra quelli che piacciono alla mamma e quelli che vuole il papà. Invece vedo con un brivido il fatto che si lasci la decisione al fratellino o alla sorellina. È importante che un bambino sappia che il suo nome è stato pensato, meditato, deciso, voluto dai genitori».

Per segnare quel famoso destino…?

«Be’, il destino resta imprevedibile. Alla fine dell’Ottocento una famiglia anarchica romagnola, che di cognome faceva Marchesi, voleva per il figlio un nome che non fosse sul calendario. Allora rovesciò il cognome e lo chiamò Isechram. Da grande Isechram scoprì la vocazione religiosa e divenne un prete noto e amato. Senza arrivare a questi livelli di originalità, eviterei il rischio opposto: la banalità e le omonimie. Come dice Umberto Eco, se di cognome ti chiami Rossi, non chiamarlo Luigi. Chiamalo almeno Asdrubale!».

Chi è Stefano Bartezzaghi.  Una vita per le parole

Stefano Bartezzaghi è nato a Milano nel 1962 da una famiglia di enigmisti. Il padre Piero è stato il più celebre autore di cruciverba de La Settimana Enigmistica: i suoi erano quelli più difficili per definizione! Da lui Stefano ha ereditato l’arguzia e il gusto di giocare con le parole: cura rubriche di giochi e di enigmistica su La Repubblica. Collezionista di aneddoti, studioso di etimologie, scrive libri pieni di ironia e sagacia. L’ultimo si intitola Dando buca a Godot (Einaudi) ed è uno spassoso passatempo per amanti dei giochi di parole.

Tratto da il bambino, il giornale per le mamme e i papà di Donna Moderna

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