Affido part time e accoglienza temporanea

Mi chiedo cosa pensi la gente quando ci vede in giro, al supermercato, in pizzeria, a volte con un bambino di un anno, a volte anche con un altro di 7. Tempo fa mi avevano avvistata con un passeggino doppio contenente il bimbo piccolo e una bimba di colore di età simile. E i vicini di casa? Penseranno forse che abbiamo molti nipoti..

Quando le persone si rivolgono al bambino di 7 anni chiamandomi “mamma”, io preciso sempre che siamo una famiglia affidataria part time e a quel punto le facce da “punto interrogativo” si sprecano. In effetti non è che se ne parli molto di questa possibilità, perché normalmente le famiglie scelgono di stabilire legami più duraturi, più “filiali” e di tentare i percorsi dell’affido tradizionale o dell’adozione.

Noi, per il mio passato lavoro nell’ambito dei servizi sociali, conoscevamo questi progetti  ed eravamo consapevoli del grande bisogno di famiglie disponibili alle accoglienze. Quindi abbiamo semplicemente deciso di prolungare ciò che siamo già abituati a fare durante l’estate con i bambini da Chernobyl: allarghiamo la nostra famiglia.

Le motivazioni per cui un bambino ha bisogno di una accoglienza temporanea sono le più disparate: potrebbe essere un periodo breve, per una necessità dei genitori di assentarsi per questioni di salute o lavoro, e in questi casi a volte non ci sono motivazioni “sociali”, bensì manca una rete familiare di supporto nella famiglia di origine. A volte sono week end, pomeriggi, periodi di vacanza, notti, per bambini che hanno bisogno di essere inseriti in un contesto familiare diverso da quello di origine, che però è presente e protagonista. Il nucleo accogliente affianca la famiglia di origine, non la sostituisce.

Potrebbe capitare che una mamma o un papà single abbiano un lavoro su turni o nel fine settimana, potrebbe invece trattarsi di un bambino inserito in una struttura che realizza, con la famiglia affidataria, delle uscite temporanee.

Insomma le situazioni sono diversissime e la difficoltà sta soprattutto nell’essere flessibili a emergenze, caratteri e contesti familiari differenti. Non possiamo nascondere che i rapporti con le famiglie d’origine richiedono una certa dose di equilibrio: bisogna saper accettare che a volte scatta la competizione, a volte le aspettative, e comunque mai e poi mai si deve rinunciare a valorizzare agli occhi del bambino la sua mamma e il suo papà.

Di converso ogni esperienza è una scuola di vita. Il bambino che abbiamo attualmente in affido part time mi mette alla prova sul piano della fantasia, che non è mai stata il mio forte. Lui ha visto un unicorno una volta, in un bosco, e io mi mordo la lingua per non obiettare e stare al gioco.

Abbiamo stabilito regole, le regole della nostra famiglia, che non sono uguali a quelle della sua, perché ogni famiglia ha le proprie regole. Nelle regole io sono più ferrata che nella fantasia, quindi ricordare le regole a chi se le dimentica è la mia specialità.

In questa esperienza non siamo soli. Ci segue da vicino una assistente sociale che è la figura di riferimento della famiglia d’origine. E’ quella che ci tutela, anche. Poi c’è uno psicologo che ci aiuta a interpretare i comportamenti che non capiamo, anche i nostri, a volte.

Poi ci sono le altre famiglie affidatarie. Le famiglie affidatarie sono abituate a pensare all’accoglienza come la cosa più naturale del mondo. Una volta eravamo a una festa, dentro la quale c’era un banchetto dei servizi sociali che promuoveva l’affido familiare. Le famiglie affidatarie si erano raggruppate intorno e chiacchieravano delle loro esperienze. Io stavo dando un omogeneizzato a mio figlio e la prima domanda di una mamma fu: “E questo piccolino, quanto tempo ha?” “8 mesi” “E da quanto è con voi?” “8 mesi, più 8 nella pancia”. E ci siamo messe a ridere. Da quanto tempo, per quanto tempo, fino a quando, in fondo non sono dati dirimenti per chi accoglie. Non è per sempre , ma in qualche modo, lo è.