Quando entrano due mamme in sala parto

05 febbraio 2013- di

Sono passati poco più di 2 anni eppure quel giorno me lo ricordo come fosse ieri, con la differenza che oggi non mi sono svegliata con i dolori e non ho i postumi dell’anestesia.

Era il giorno della scadenza del termine della mia gravidanza e in mattinata avevo fatto il rituale monitoraggio. Siccome il battito del bambino non si sentiva bene mi hanno detto di tornare anche nel pomeriggio. Allora sono tornata in redazione, ho corretto dei pezzi e verso le 19 sono tornata in clinica. Mentre ero attaccata alla macchina del monitoraggio eravamo la famiglia al completo: io, Mirta (la mia compagna) ed Enrico (il nostro donatore e co-genitore insieme a noi, perché noi non abbiamo voluto un semplice donatore ma un padre. Quindi siamo una famiglia con tre genitori – due mamme e  un papi – e la bellezza di sei nonni).

Mia madre mi ha telefonato e mi ha chiesto se era tutto a posto, ho detto di sì e che a breve saremmo tornati tutti a casa. Stavamo chiacchierando amabilmente su cosa fare per cena quando ho avuto la prima e (per ora) unica contrazione della mia vita.
Ero quasi emozionata ma l’entusiasmo è durato poco. Durante la contrazione il battito di mio figlio calava vertiginosamente. C’è qualcosa che non va, pensiamo tutti. Guardo la mia compagna, guardo papi e ci stiamo tutti chiedendo se sia normale. Mirta chiama subito l’infermiera che, appena arriva e vede il battito del bimbo, fa una faccia preoccupata. Chiama subito il medico. Arriva una dottoressa che al primo sguardo ci fa capire subito che qualcosa non va bene davvero. Provano a vedere se la macchina è messa male, aspettano qualche nanosecondo (percepito: un quarto d’ora) e appena il battito di mio figlio scende sotto i 60 scattano tutti. Chiama la sala operatoria: cesareo d’urgenza. Comincia in questo momento la nascita di nostro figlio. Avete la valigia in macchina? Sì. Papi la va a prendere. In un non precisato lasso di tempo, che va dal minuto ai tre minuti e mezzo, mi ritrovo spogliata, con la camicia da notte che avevo messo in valigia e tutti che si affrettano intorno a me. L’equipe è pronta. Anche io, anche se a questo punto non capisco più nulla e cerco di restare calma. Siamo tutti tra lo sbalordito e il pietrificato. L’infermiera ci chiede subito: chi entra in sala con la mamma? Sì anche col cesareo d’urgenza, sono stati proprio gentili. Noi, avevamo già deciso, rispondo subito: «la mia compagna, l’altra mamma del bimbo».

Nessuna esitazione, tutti d’accordo, nemmeno un attimo di perplessità. Allora preparano anche Mirta ed entriamo in sala.

sala parto

credits: Mirta Lispi

Cinque minuti in sala parto

Nel frattempo è arrivata anche mia mamma che, grazie a quel magico intuito che solo una madre sa avere, si era sentita, nonostante le mie raccomandazioni, di dover passare a vedere se tutto fosse a posto. La incontriamo prima di scendere per l’operazione. Entriamo in sala operatoria. La prima cosa che dico però è: scusate, fatemi sentire se c’è il battito di mio figlio altrimenti non mi calmo. Si guardano, acconsentono. In pochi secondi mi attaccano a un monitor, e per fortuna il battito c’è. La contrazione è finita e il suo battito è tornato regolare. Ok ora sono pronta. Mi calmo, mi ripeto che andrà tutto bene. Mi preparo per l’anestesia spinale (che non è una passeggiata lo ammetto). Appena comincia a fare effetto fanno finalmente entrare Mirta. Ci guardiamo, lei mi prende la mano e ora inizio a rilassarmi. So che ci sarà lei se dovesse succedere qualunque cosa: lei sarà le braccia che non posso usare, gli occhi che non possono vedere, le gambe che non posso muovere. Inizia tutto e non ci posso credere di essere così presente senza sentire nulla di quello che succede a pochi centimetri sotto la mia pancia. Guardo lo specchio sopra al tavolo operatorio ma non vedo nulla tra luci e teste dell’equipe medica. Mentre sento che Mirta chiacchiera con tutte le persone che operano intorno a me realizzo all’improvviso che sono tutte donne. Medici, infermiere, noi: in questa stanza la solidarietà, l’energia, la positività, il sostegno, la professionalità, l’umanità è tutta declinata al femminile.

Oggi la medicina è donna. Ci pensa un’infermiera a creare un’atmosfera distesa iniziando a parlare con Mirta di calcio (ma vi pare un argomento da trattare mentre mi aprono la pancia?). Parlano di quando lei giocava in serie A prima di rompersi i crociati, della sua amata Lazio (di cui pare essere tifosa anche l’infermiera) e allora comincio a pensare che facevo meglio a far entrare papi così almeno parlavamo di viaggi o di serie tv. Ma in fondo va bene, tanto non hanno molto tempo per chiacchierare. Passano nemmeno 5-7 minuti. Sono le 20.51 e nostro figlio esce fuori in un attimo. C’è una frazione di secondo infinitesimale da quando sento dire «eccolo» a quando lo sento piangere, ma è una frazione in cui resto col fiato sospeso.

Appena lo sento mi esplode un’emozione incontenibile. L’ostetrica lo passa subito a Mirta: è lei la prima persona che lo prende in braccio, un primato che non le toglierà mai nessuno. Sorride, mi dice che è bellissimo, io non ci credo che è lui il bambino che è cresciuto dentro di me per 9 mesi e ora finalmente sto per vedere. Lui piange piano piano, e poi succede: Mirta me lo avvicina, lui mi guarda, io lo guardo e non so come subito ci riconosciamo. Smette immediatamente di piangere e sembra capire che è tutto a posto. Me lo mette vicino ed entrambi entriamo in quella pace che proviamo entrambi ancora oggi quando fuori c’è qualcosa che non va ma che svanisce quando siamo così vicini.