Giornata internazionale contro l’omofobia: la parola ai figli dei gay

Sono 6 anni che l’Unione Europea ha istituito la Giornata Internazionale contro l’omofobia. Sei anni oggi, visto che la data prescelta è il 17 maggio. E ogni anno si susseguono slogan, campagne di sensibilizzazione, rivendicazioni, dichiarazioni, testimonial.

Fa un bell’effetto dire Giornata internazionale contro l’omofobia, ci fa sentire tutti più protetti, parte di un mondo accogliente, non violento, rispettoso, civile. Ma poi resta il fatto che ancora oggi i gay vengono derisi, picchiati, addirittura uccisi (7 omicidi nel 2012) e in Italia nemmeno lo stralcio di una legge che condanni gli atti di bullismo e i reati di radice omofoba. Ma quindi a cosa serve questa giornata? Ad esempio a inviare messaggi che ricordino gli effetti di questa orrenda malattia, che facciano capire a chi ne è colpito (ma anche a coloro che sono infetti da ‘indifferenza’) quanto sia profondamente ingiusta, stupida e infondata la discriminazione per orientamento sessuale. Ma spesso è proprio chi nutre un pregiudizio che non recepisce questi messaggi. Allora forse bisogna rigirare la questione, mostrare la sua naturalità, la sua semplicità, la sua normalità.
Mostrare che la realtà non è come dicono, e anzi, che è addirittura, udite udite, uguale a tante altre. In questo senso, poche campagne sono riuscite bene come quella presentata proprio ieri (e che già sta facendo incetta di condivisioni sui social) da Arcigay Friuli e ArciLesbica Udine, «Mio papà è gay. Mia mamma è lesbica», la prima che fa parlare i figli di persone gay, per dire che la loro mamma o il loro papà non sono eccezionali, ma uguali a quelli di tutti gli altri. I genitori sono genitori. I gay sono persone. Semplice, diretto, innegabile, vero.

omofobia

Io mi sono addirittura commossa. Perché al di là di slogan e belle parole, l’idea di far parlare i figli è non solo convincente ma vincente. Già perché è per loro che si fanno le più grandi battaglie, e vedere dei figli che si schierano dalla nostra parte è rassicurante e allo stesso tempo impattante. Un balsamo d’amore che scioglie tutti i nodi, soprattutto spero che sciolga le convinzioni di chi crede che l’omosessualità sia un abominio e di quelli che pensano che gli atti di bullismo verso i gay siano inevitabili. Sono i nostri figli a dirlo, a metterci la faccia, a dimostrare quanto certe convinzioni siano prevenute e propagandistiche, infondate e ipocrite.

Lo scopo della campagna è proprio questo:  rompere il silenzio su situazioni familiari diffuse e per combattere l’omofobia portando alla luce del sole le realtà quotidiane che riguardano gay, lesbiche e transessuali. Sui quasi 1000 manifesti che saranno affissi nei prossimi giorni nelle vie e nelle piazze di 18 comuni friulani campeggiano le foto di Nadia con il suo papà gay Stefano Miorini di Spilimbergo (Pn) e di Davide con la sua mamma lesbica Yvette Corincigh di Venzone (Ud), fotografati da Euro Rotelli. Sotto i testimonial della campagna le scritte «Mio papà è gay e non sa piegare i calzini, come tutti i papà» o, nell’altra versione, «Mia mamma è lesbica e rompe le scatole come tutte le mamme», affiancate entrambe dallo slogan «Il valore delle famiglie friulane», dove famiglie è volutamente declinato al plurale.

Vedendo questi manifesti, mi sono subito immaginata mio figlio. Avrebbe tranquillamente potuto essere lui su queste foto, con quegli occhi profondi e il sorriso impertinente, quella faccia irresistibile dire cose tipo: «Mio papà è gay… e lascia la tavoletta alzata come tutti i papà». «Le mie mamme sono lesbiche… una ci tormenta con pulizia e ordine, l’altra ci cucina un sacco di cose buone, proprio come tutte le mamme». Sarà per questo che mi sono commossa, mi sono immedesimata. Ma anche perché è bello pensare che il futuro sia tutto in mano loro, di questi ragazzi che con un sorriso e un abbraccio danno un calcio a decenni di omofobia, rendendola anacronistica, fuori tempo massimo, cacciandola dalle nostre vite. Così sparirà la Giornata contro l’omofobia e verrà istituita quella della Memoria dell’omofobia del tempo che fu.