Congelamento ovociti: la storia di Isabel

Ogni paziente che si avvicina alla procreazione medicalmente assistita e che vedo, lascia dentro di me un segno. Piccolo, grande, dipende dal feeling che si instaura  (anche noi medici abbiamo un’anima, si potrebbe dire, e, inutile negarlo, qualcuno ci colpisce più di altri).

congelamento ovuli

credits: Daniel Lobo

Isabel entra nel mio studio con fare sicuro, quasi aggressivo. È portoghese, ma ha tratti asiatici: un mix che la rende molto particolare, e un fare intelligente. Viene subito al punto. «Buongiorno dottore, come può immaginare, essendo qui, vorrei avere un figlio». Non è una che ama perdere tempo, penso. «Però non subito, ora non posso permettermelo, sto partendo per l’Afganistan come inviata dell’ ONU, diciamo fra tre  anni, quindi le chiederei di congelare i miei ovociti». La fermezza e determinazione con cui parla mi colpiscono. Avrei preferito chiedesse, per prima cosa, un mio parere.

Vorrei rivelarvi un piccolo segreto: noi medici, diciamo un po’ tutti, abbiamo a che fare, in modi diversi, con la vita dei pazienti. Dipende da noi, spesso (non sempre, ovviamente), dalla nostre capacità, se un uomo o una donna guariscono o, nel mio caso, se potranno avere figli. Comunque, in qualche modo, la vita degli altri dipende un po’ da noi. Ci assumiamo quindi grandi responsabilità, dobbiamo fare scelte importanti e spesso in fretta, diventiamo inclini ad essere decisionisti.

Trovare una paziente con la stessa attitudine  mi stupisce.  Così, divento curioso. E  replico con una domanda personale, per capirla meglio:«Lei è sposata? Suo marito cosa ne pensa?». «Avevo un compagno» risponde, senza batter ciglio, quasi la cosa non la riguardasse. «Ma mi ha lasciata. Non voleva che partissi, devo stare via due anni, mi ha chiesto di scegliere: lui o la mia carriera lontano. Non ho avuto dubbi». Istintivamente, senza riflettere (non dovrebbero essere affari miei), chiedo. «Come mai? In fondo lei vorrebbe avere dei figli…». «Già, dottore, io voglio avere figli, e una famiglia, e ora mi dica pure ciò che tutti affermano: sei egoista, hai scelto la carriera anziché l’amore. Io non la penso affatto così. Per me amare vuol dire volere la felicità di chi si ama, nient’altro, per me ora è molto importante fare quest’esperienza in Afganistan, e non avrei tolto nulla al nostro amore. Lui invece voleva togliermi qualcosa, solo per avermi sempre vicina, in qualche modo per possedermi. Non credo si possa parlare di egoismo mai quando si ama, solo, e mi ripeto, di provare piacere nel vedere l’altro felice. Altrimenti, che amore è?». Le lacrime scendono, copiose, dai suoi occhi nerissimi e stranamente obliqui. Mi pento di essere sceso in un campo così personale. «Non si preoccupi, signora, lei ha ragione, e potrà avere una bellissima famiglia con chi la merita. Congelando ora i suoi ovociti è come se mettesse in banca la fertilità e, quando tornerà e troverà il compagno giusto, avrà i suoi bambini». Smette di piangere, e mi guarda grata.

Perché vi racconto di quel giorno? Perché la vicenda di Isabel è particolarmente emblematica.

Isabel infatti dopo aver congelato i suoi ovociti, due anni e mezzo fa, è recentemente tornata da me. Era con il suo nuovo compagno, e, purtroppo, con un problema in più. Lui è azospermico (non produce spermatozoi). Quindi per avere figli dovevano far inseminare gli ovociti da un donatore esterno, ricorrendo all’eterologa. In Italia la legge 40 lo vieta. Isabel, dopo i saluti e gli auguri di rito, suo malgrado, se ne è andata con i suoi ovociti. In Inghilterra, dove l’eterologa è permessa.
Mi ha telefonato ieri. Il test di gravidanza è positivo.
In Italia avrebbe dovuto rinunciare ad avere un figlio.
Le conclusioni traile tu.