Vacanze in famiglia

E quindi è tempo di vacanze. Lui pensa relax, loro pensano mare-mare-mare e niente, tu sei quella che deve pensare «valigie». Che ne faresti anche a meno, ma è un’operazione troppo delicata per affidarla ad altri, quindi ti ci metti e prepari, con lo scrupolo e la cura con cui Bubba puliva le fughe delle piastrelle elencando gamberi, una cosa così. Che sarà mai. Si parte in quattro, la macchina è sempre più grande, puoi farcela.

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credits: lorenzoclick

Sulla carta è semplicissimo.

Non fosse altro che partire con i bambini implica un’organizzazione capillare, liste lunghissime da spuntare, preghiere a non dimenticare niente, il tutto sotto la minaccia della frase ipotetica da vacanza per eccellenza: il “metti che”. Il “metti che” è quella cosa che devi partire per il mare ma in valigia ci butti anche il cappotto, metti che poi fa freddo; che devi fare la vita hotel-spiaggia a Pinarella di Cervia ma ti porti l’equivalente in medicine di un container dell’ONU, metti che poi si ammalano. E vuoi non averlo il siero antivipera? E l’aerosol? E il paracadute? E la tenda istantanea? Ma se siamo in albergo. Eh, ma metti che. E così via per tutto. Il risultato, visto che il bagagliaio non è un’opinione, è che loro – i bambini – partono pronti per qualsiasi evenienza e tu devi piegarti a quell’ossimoro inaccettabile del bagaglio-leggero. Tu. Bagaglio leggero. Figurarsi. E invece.

Cambia il tempo ma noi no.

La quantità di cose ingombranti di cui un bambino ha bisogno in vacanza diminuisce di pari passo all’aumentare dei suoi anni. Perciò laddove ieri c’era il passeggino, il lettino da campeggio, la sdraietta, il seggiolone, l’omogeneizzatore, i biberon, la fisiologica, i pannolini, il vasino o il riduttore, oggi ci si limita alla valigia. Pensi quindi che finalmente il bagagliaio sarà sufficiente? Ti sbagli. Già, perché improvvisamente – sai, c’è spazio – vogliono il canotto, quello coi remi, il materassino, una quantità di secchielli e palette da far impallidire un cantiere edile, i braccioli, i pennarelli barattolo da 100, i salvagenti, la corda da saltare, l’hula hoop, «mamma posso portare il pony?».

L’automobile.

Eravate giovani e bohèmien, sognavate una DueCavalli, un maggiolone, una R4, la macchina non contava, bastava stare insieme, una volta sei addirittura riuscita a fare un bagaglio piccolo da portare in moto (non gliel’ho ancora perdonato, ma comunque). Poi arriva la prima figlia e ci vogliono le portiere dietro. Poi arriva il secondo e il bagagliaio non basta più. E le macchine continuano a diventare più grandi ma la situazione non cambia. Sono una donna, se mi dai più spazio io semplicemente porterò più cose.

Le valigie per le vacanze.

Allora, dunque, fammi pensare, stiamo via una settimana, un cambio al giorno per il mare, poi la sera a cena fuori, sono due per sette, riporto uno, radice cubica, elevato a quattro, in fila per sei col resto di due. Anche perché “metti che” poi si sporcano tanto, io mica voglio lavare, meglio portare una cosa in più. Il risultato è che riversi nelle valigie l’intero contenuto dell’armadio (il dono della sintesi è un concetto ampio e ce l’hanno montato al contrario) e passi la settimana prima della partenza a vestirli con gli avanzi che volevi dare alla Caritas, sia mai che qualcosa poi resti a casa.

La partenza.

Ce l’hai fatta, hai caricato tutto, hai preso tutto, ricontrollato di aver chiuso il gas, le luci, la porta, sei in auto, sei stremata ma ce l’hai fatta, puoi rilassarti ora, non pensare più alla logistica per una settimana, rilassati, si parte, si varca il cancello di casa e… “mamma, quanto manca?”, e così ogni due minuti netti per il resto del viaggio. Eh.

Dov’è – non trovo – non l’hai portato.

Quello strano meccanismo che trasforma abilmente il “non trovo” in un “dove l’hai messo?/non l’hai portato?”. Quindi la valigia la devi organizzare a prova di uomo, mettendo sopra tutte le cose che sai che cercherà per prime. Sia mai che ne nascondi una sotto uno strato di vestiti, no, non scostano niente, non sollevano, guardano sommariamente e poi tuonano «non c’è». Che non è «non trovo» è proprio «non c’è», quindi colpa tua che non l’hai portato. Tanto lo sai che c’è. Che vuoi dirgli. Sollevi una maglia ed eccolo lì. Sorridi. Respira. Sorridi.

E quindi ora sei al mare con tre vestiti in croce ma va bene così, l’80% delle cose che hai portato per loro non vedranno mai la luce, ti riprometti che no, l’anno prossimo vi porto due vestiti e basta, ma sai perfettamente che non ci riuscirai, l’80% del tempo lo passi scalza che poi è il solo vero segnale di vacanza, i piedi nella sabbia che da calda diventa fredda, il sole che scende, la birretta fronte mare, i discorsi sul futuro, i progetti che si fanno solo in vacanza, i tuoi bimbi contenti e sereni che vorresti che fosse sempre così, e le parole, le risate, la pelle di sale, il mare, il mare, il mare.