Famiglia e nuove quotidianità: quando lui lavora lontano

«E niente, quindi ho trovato questo nuovo lavoro…»
«Bhè ma è fantastico!»
«Sì, infatti, professionalmente è una bellissima opportunità. Solo che.»
«Solo che?»
«È a Modena.»
«Ma io lavoro a Milano.»
«Infatti. Starò là tutta la settimana e tornerò nel weekend. Salvo emergenze. Voglio dire, due ore e sono qui.»
« …»
«Lo sai, non è perché è solo un bel lavoro, è anche necessario. E poi, dai, poteva essere Monaco. È solo Modena.»
«Ah bhè, allora.»

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credits: Tetra Pak

E quindi ora lui va a lavorare a Modena. A duecento chilometri da noi, quelli bassi e me. Sulla carta è tutto semplice, voglio dire è Modena, non Khuala Lumpur.
Sulla carta anche ora lavorava lontano da casa con un’ora di strada in mezzo, roba che speri di non avere emergenze perché fai prima a rifarti una vita col vicino di casa che ad aspettare il suo rientro.
Sulla carta, chissà perché, è sempre più facile di com’è poi davvero.
La differenza sta nel non vedersi più tutti i giorni.
La differenza sta in quelle due ore serali in cui al suo rientro, lo baci veloce e gli lanci i bambini dicendo “devofaredellecosemimettonellostudionondisturbatemiholamusicaalta”, regalandogli tempo da papà supereroe-parcogiochi-organizzatore di cene, di invenzioni e di allegria.

Due ore.
Da quando lui rientra a quando i bambini vanno a dormire.
Niente in pratica, che vuoi che siano due ore.
In realtà quelle due ore sono due ore di famiglia in base 4, che ci si guarda negli occhi, che si fa a gara per chi deve parlare prima, e si fa molto rumore, e si ride tanto, e si mette su la musica, due ore a confermarsi nei propri ruoli reciproci, che noi siamo una squadra forte.
E quando in una squadra forte qualcuno se ne va, anche per poco, si avverte uno strano senso di sbilanciamento.
In realtà quelle due ore sono le mie due ore di respiro, di cose mie, di sano egoismo edonistico – una corsetta – un libro – telefonate – qualunque cosa io scelga di.

E ora niente, dal lunedì al giovedì.

Sono passata attraverso tutta la gamma di sentimenti, dal senso d’ingiustizia, all’esaltazione (ce la faccio, ce la faccio!), alla depressione, alla follia, passando per l’isteria, la recriminazione, l’invidia, e su tutte la paura.
Paura di perdere quello che abbiamo costruito, la sicurezza di certe routine ben rodate, la sensazione di esserci ritrovati come persone dopo anni post-neonati e non solo come genitori di due bambini di ormai 7 e 4 anni, paura di non saper colmare la mancanza che loro avvertiranno, paura del perdere i miei-spazi-miei, paura della lontananza.
Come posso riempire io da sola il vuoto serale che lascia un papà così capace?

Ma poi finisce che ti accorgi di non essere una di quelle persone che imparano a nuotare stando a contemplare il mare dalla riva studiandone bene la teoria. Sei più il genere che va gettato in acqua e vediamo ora come stai su. Quindi sì, la nostra vita cambia ancora e io imparerò a nuotare anche in questo modo.
Quindi intanto viviamo. E poi si vedrà.

Avete consigli, pacche sulle spalle, tazze di caffé?