La sindrome della couvade: non parlarmi, sono incinto anch’io

Il ruolo paterno.
Bisogna dargli importanza, perché i papà stanno diventando sempre più presenti, sempre più attivi, partecipi, meravigliosi. Sono capaci di giocare coi bambini in un modo che noi mamme ce lo scordiamo, prese come siamo dall’organizzarli, prepararli e occuparci di tutte le cose necessarie.

sindrome della couvade

credits: mosca27

Il ruolo paterno è convinzione che inizi quando il bambino nasce.
E invece no, arriva questa studiosa dell’università neozelandese di Waikato, Irene Lichtwarch, che ci parla della sindrome della couvade, confermando la presenza di sintomi psicosomatici e comportamentali nel padre durante la gravidanza della compagna.
Tale fenomeno era già stato documentato e studiato in passato: per primo nel 1965 lo psichiatra inglese W.H. Trethowan pubblicò un articolo intitolato, appunto, The Couvade Syndrome.
In preda a tale sindrome, il futuro papà potrebbe perdere l’appetito o provare nausea e vomito, avere mal di testa, dolori vari, potrebbe condividere con la compagna mal di reni e coliche addominali.

Ma guardate che non è mica una novità.
Abituati da madri compiacenti al crocerossismo femminile, da sempre ogni più piccolo nostro problema diventa loro. Non solo quando il problema è effettivamente “loro”, come quel drammatico 37.2 di febbre che li mette a letto in modalità testamento olografo. No. Anche quando abbiamo qualcosa noi.

Hai la febbre? Lui è dispiaciuto, col risultato che a consolarlo, tra un kleenex e una tachipirina sei tu.
Sei depressa? Lui lo è più di te, che guarda “vederti soffrire così non sai come mi fa stare male”.
E ti ritrovi a distribuire pat-pat sulle spalle nel momento in cui invece dovresti essere tu quella coccolata.

Sei incinta? Lui ha le coliche addominali.
Ora, amore, io capisco l’empatia e te ne sono grata. Ma in questo momento che ho il corpo che mi sta esplodendo, il baricentro che non si capisce più dov’è, gli ormoni che la bambina dell’esorcista al confronto è una che se la viveva allegra, le lacrime in tasca, le voglie, la fame atavica, la bilancia che urla pietà, il nervo sciatico che non sapevo neanche di avere e ora mi fa male, il prosciutto crudo che non posso mangiare, la pubalgia e derivati, io ho bisogno di un aiuto.
Di una spalla.
Non di qualcuno che si provoca una sintomatologia inesistente per spostare, come con i 37.2 di febbre, l’effetto drammatico da me a lui.

A parte gli scherzi, l’empatia è una cosa meravigliosa che rende ancora più condivisa l’esperienza della gravidanza. Il percorso che conduce a diventare genitori si allarga fino a coinvolgere anche la sfera fisica, non più solo della madre ma anche del padre: un motivo di orgoglio in più, quindi, perché, oltre ad essere mariti attenti e vicini alle loro compagne, affrontano il primo passo per la costruzione di un legame profondo e autentico con il proprio figlio, che cominciano a “sentire” anche se non sta crescendo dentro di loro.

Da donna, da mamma, un solo consiglio: non dimenticate che comunque sia, qualsiasi sintomo manifestiate, qualsiasi sindrome della couvade vi attanagli, ad essere davvero incinta è lei.

Quindi empatia sì, ma soprattutto attenzione e cura.